sabato, 16 giugno 2007
Fuori posto, di Manuela Perrone, e' la poesia in vetrina della settimana. Di là la peschiera di tufo le vecchie cisterne romane la salita rosa alle case gialle come tuorli. Di qua uno scorrere minimo di dita quasi un arrampicarsi scalzi e nudi alle radici di un olmo cresciute sulla roccia...

LA POESIA IN VETRINA DELLA SETTIMANAFuori posto

Di là la peschiera di tufo
le vecchie cisterne romane
la salita rosa alle case
gialle come tuorli. Di qua
 
uno scorrere minimo di dita
quasi un arrampicarsi scalzi e nudi
alle radici di un olmo cresciute
sulla roccia, un mormorare fragile
 
di pulcini e seta, di fiordalisi e mai:
dal cielo fioccano semi polverosi
e foglie d’acanto. Colonne in cerchio
disegnano l’assenza, il tempo fuso
 
e là si balla intorno al sole
la furia amnesica del chiasso
tra i fiordalisi viola sangue:
il dramma deve continuare.
 
Io vado in mezzo fuori posto
sospesa, storta, tutta da rifare.
La lingua m’abbandona all’alba
quando il sonno s’impicca sul crinale:
 
non riconosco i segni
stravolgo le puntate
mi chiedo dove sbaglio
perché non li capisco
 
e piomba la paura d’esser
puro centro incosciente della sfera
come uno scarto quadratico
medio, un etimo perso dalla storia.

Manuela Perrone


L'AUTRICE

Manuela Perrone
[da viadellebelledonne] - Manuela Perrone vive e lavora di parole. Giornalista professionista, si occupa di sanità e sociale per il Sole-24 Ore. È viceresponsabile della comunicazione della casa editrice “anfibia” Vibrisselibri. Cura la rubrica dei racconti per Gas-O-Line, la fanzine dell’associazione BombaCarta.

Con la sua metà sogna e sproloquia su bloGodot e sulla rivista BombaSicilia in cui si divertono a coltivare angoli di non-inferno. Roma la abita e la consola, la poesia la fa germogliare e germogliare e germogliare.

Altre poesie


Precipitevolissimevolmente

Non c’è niente da scherzare,
la vasca è arrivata integra
un uomo è morto sul selciato
e qui crollano le sagome di latta
 
Sopravvivono memorie fetali
dietro passate di calce, resistono
come i capelli sui cadaveri:
servono mollette blu per inchiodare
 
le stelle, bloccare la rivoluzione.
Che velocità! Che boati! Che leve!
Sparisce subito la macchia di sugo,
la chiazza di ieri, persino un’ora fa
 
quando dicesti “arrivederci”
in pantofole di pezza tra valanghe
di ammonio. Precipitevolissimevolmente
dimentichiamo, sbianchiamo, diradiamo
 
E’ tutto cieco, adesso.
Si può ricominciare.


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Un tè surrealista

                        (con Magritte e Dalì)
 
Beviamoci su, beviamo sopra la cenere,
i tranci di miseria, i chicchi di egotismo
sediamo a gambe incrociate
sul ciglio del mondo
tu con la tua pipa che non è una pipa
lui con la sua memoria fusa, addolorata
 
Lanciasti un sasso dietro il mandorlo, agli albori
quando ancora mi chiedevo a che pensasse
la muchacha affacciata alla finestra
con le tende di mare, un piede ballerino
e il cielo di un futuro tremolante
 
Mi razziasti il ventre e la ragione
dentro una stanza soffocata da una mela
con l’occhio sbarrato, il falso specchio
da cui spiamo spicchi sparuti di realtà:
sorseggiamo piano la gemma apicale
 
Quest’infuso ci accomuna e ci sopisce,
tu passami il calice gigante,
solleva la bombetta
tu regalami la tazza sospesa nel deserto,
la rosa che medita fiammante.
Beviamo solitudine, amici
 
rompiamo gli argini bollenti. Era tempo
di uccidere il controllo, liberare la psiche,
scavare i semi per restituire i sogni.
Ma ora? Sono le cinque,
rimetto insieme le foglie
essiccate del reale.
Firmiamo in bianco, beviamoci su.


La nave dei folli

[a Pier e ai dieci folli con l'Oceano dentro]
 
Hai smesso, ti vedo, sei nudo
sulla stessa barca gelata e molle
che alita, spreca, avanza gremita.
Ammiraglio, la meta è un sole guerriero
 
Cola silenzio sull'oceano mentre riponi
il tuo basso. La voce non grida: sussurra
pazzi sogni di normalità. Una donna,
una casa, un lavoro. Gli scarti della gente
 
a terra che brucia di noia. Sapessi i veli
sbucciati, le parèsi di senso, gli inferni
taciuti, il lento repulisti degli idioti:
scorrono fiumi di trofei scornati
 
Non come qui, ché l'acqua dentro scava
più degli abissi fuori e le vocine non lasciano
pace. "Noi non siamo malati di mente",
gridate alle onde che digrignano spuma
 
"Abbiamo una sofferenza nell'anima",
soffiate sull'ancora che gronda ruggine.
Anch'io, vorrei dirti. Anch'io.
Ma poi un terrestre mi scuote la manica
 
e chiede: hai sofferto, tu? Tu, che ne sai?
Le dita vanno a picco tra le piaghe.
Ma io ti ascolto e ti racconto, muta
mentre muti issate le vele. Languida,
 
mentre languidi intonate quel gospel
alla baia di Cumberland. Il sale invade
le narici, l'orizzonte erutta curve di fuoco.
E tu, tu sei Ulisse, condannato al folle volo.


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Ballata provenzale (in bozza)

Gracidano i fenicotteri nella Camargue,
rumorosi schizzi rosa tra paludi e stagni.
E io bambina e tu obiettivo come disegni
a carboncino sull’eternità marmorea delle arene
 
Ellittici nelle ellissi, reziari tra i reziari
la mìmesi diventa un obbligo scolpito
sulla pietra: audioguidato il circolo compìto
di tribuna in tribuna, appesa a un pollice
 
la vita. Siamo corpi, ci avvinghiamo, urliamo:
dove sono gli eroi di Nimes? Gli aruspici soffiano
sul sangue, noi beviamo rosè e intanto viaggiano
sensali di futuro tra le anse del Grande Rodano
 
           Al entrade del tens clar,......Eya!
           Pir joie recomençar............Eya!
 
La lingua s’ibrida in un soffio sul paese presepe,
parcheggiamo alla rinfusa scossi dai troppi segni:
semiotica ipnosi davanti al Pont du Gard e ai bagni
del sole nel fiume. L’ultimo giorno di un anno astrale
 
esplode d’artifici, foie gras e pirotecnica neve.
Scriviamo bilanci sui menù, grondiamo promesse
e chissà se reggerò alla meraviglia di queste messe
laiche. Ci salva un trenino buffo improvvisato
 
un portafoglio perso e ritrovato oltreconfine
grazie a una Gloria illuminata e alle sue mani
che guariscono anime dolenti: epifanie inani
come il Trofeo che incanta di Storia il vento.
 
            Al entrade del tens clar,......Eya!
            Pir joie recomençar............Eya!
 
Nella morbidezza delle corride innocue
pulsa l’atlante delle possibilità:
venti miglia, venti miglia ancora
e salutiamo i volgari troubaudors dietro l’aurora.




Sul web:

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postato da: Poetilandia alle ore 16:58 | Permalink | commenti
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categoria:poesie in vetrina 2007
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