Dell'ermetica vanità, di Marina Minet, e' la poesia in vetrina della settimana. Figliata con l’avvento delle rondini a maggio. Allo strascico di diligenze orfane d’intento lo sguardo la sorprese in bianco svenata di menzogne riflesse allo specchio delle grazie...
Dell'ermetica vanità
Figliata con l’avvento delle rondini
a maggio.
Allo strascico di diligenze orfane d’intento
lo sguardo la sorprese in bianco
svenata di menzogne
riflesse allo specchio delle grazie.
Giungano gli occhi della massa a darle stampo;
numero di fila al banco dei pegni dell’olimpo
ad aprirle le guance molestate dai digiuni
nel coscienzioso delirio d’aggraziarsi venere.
E non sia più grano la finezza sotto i denti
quando oltrepasserà gli elogi delle norme
ad orientarsi idonea.
Partorita con le arterie trattenute in scarse ipotesi.
Distratta in movenze d’oscillamenti avversi
poi sfacciati;
come i refusi degli ingordi
che nel giunco
assottigliati s’addensano pilastro,
appoggio appariscente alla nausea di ruspe distruttrici
di sì e di come
in tre giorni si rinasce intatti.
Potrebbe ora.
Se di legno s’intagliasse l’immodestia a più razioni.
Basterebbe colloquiarsi l’esistenza
in misura al gusto di nostalgia del seno allontanato.
Ma freddo crollerà l’impegno
che risolverà le spoglie in piedistalli chini.
La vita si farà esigenza;
ramo da proseguire in raccolti senza arature.
E non sarà più tempo di metropolitane
né di polpacci in posa.
- che siano solamente arti
queste disarmonie di ristrettezze
senza costrizioni -
Basterebbe governarsi carni come patrimoni
lusingarle d’insolenza banchettata in finta
per eluderla delusa.
E che non sia
né appaia
visione di lineamenti
usurpati all’estro d’occhi compiaciuti.
Preludi d’interezza da archiviare
Vedranno scarpe smesse.
Il vuoto degli aromi poi l’inghiottirà
e a scippo di logica
in lei
faranno digiuno.
Le orazioni di primo mattino
saranno ravvedimenti da replicare vegeti
nell’astinenza al sé.
Lei
eucaristia cessata
di messe
conquisterà le ceneri
e sarà corpo intatto
da scandire a più stagioni
Marina Minet
L'AUTRICE
Teresa Anna Biccai, conosciuta sul web con lo pseudonimo di Marina Minet, è nata a Sassari. Ha partecipato alla raccolta FiumIdee con il racconto Terre di Mare ed ha contribuito alla realizzazione del romanzo EStemporanea, Edizioni Liberodiscrivere.
- Teresa Anna Biccai è il mio vero nome, mentre in rete scrivo con lo pseudonimo di Marina Minet. Scrivo con passione da sempre, con spontaneità ma anche con creazione paziente, (maniaca nella perfezione d’ogni singolo verso secondo le mie inconsce teorie) non ho ambizioni di sorta, poiché ciò che scrivo non è mai preciso come vorrei. In ogni caso, troverei scialba e monotona una vita senza vanità. Alcune mie liriche sono state pubblicate nelle antologie della casa editrice Il Filo. Un poemetto-racconto, Monologo in augurio di pasto, nella raccolta A-mantidi - vittime (Magnum-Edizioni). -
---
Alcune audiopoesie nell'interpretazione di Rita Bonomo, musiche di Elliot GoldenthalMichael Nyman - Franco Battiato. -
• Dell'ermetica vanità
• Dei volti pari
• Penelope per eccesso
• Di Padre
• Penelope in riverenza oscena
• C'era metropoli risalente al water - interpretazione di Marina Minet
Le poesie:
Sul web:
Dell'ermetica vanitàFigliata con l’avvento delle rondini
a maggio.
Allo strascico di diligenze orfane d’intento
lo sguardo la sorprese in bianco
svenata di menzogne
riflesse allo specchio delle grazie.
Giungano gli occhi della massa a darle stampo;
numero di fila al banco dei pegni dell’olimpo
ad aprirle le guance molestate dai digiuni
nel coscienzioso delirio d’aggraziarsi venere.
E non sia più grano la finezza sotto i denti
quando oltrepasserà gli elogi delle norme
ad orientarsi idonea.
Partorita con le arterie trattenute in scarse ipotesi.
Distratta in movenze d’oscillamenti avversi
poi sfacciati;
come i refusi degli ingordi
che nel giunco
assottigliati s’addensano pilastro,
appoggio appariscente alla nausea di ruspe distruttrici
di sì e di come
in tre giorni si rinasce intatti.
Potrebbe ora.
Se di legno s’intagliasse l’immodestia a più razioni.
Basterebbe colloquiarsi l’esistenza
in misura al gusto di nostalgia del seno allontanato.
Ma freddo crollerà l’impegno
che risolverà le spoglie in piedistalli chini.
La vita si farà esigenza;
ramo da proseguire in raccolti senza arature.
E non sarà più tempo di metropolitane
né di polpacci in posa.
- che siano solamente arti
queste disarmonie di ristrettezze
senza costrizioni -
Basterebbe governarsi carni come patrimoni
lusingarle d’insolenza banchettata in finta
per eluderla delusa.
E che non sia
né appaia
visione di lineamenti
usurpati all’estro d’occhi compiaciuti.
Preludi d’interezza da archiviare
Vedranno scarpe smesse.
Il vuoto degli aromi poi l’inghiottirà
e a scippo di logica
in lei
faranno digiuno.
Le orazioni di primo mattino
saranno ravvedimenti da replicare vegeti
nell’astinenza al sé.
Lei
eucaristia cessata
di messe
conquisterà le ceneri
e sarà corpo intatto
da scandire a più stagioni
Marina Minet
L'AUTRICE
Teresa Anna Biccai, conosciuta sul web con lo pseudonimo di Marina Minet, è nata a Sassari. Ha partecipato alla raccolta FiumIdee con il racconto Terre di Mare ed ha contribuito alla realizzazione del romanzo EStemporanea, Edizioni Liberodiscrivere.
- Teresa Anna Biccai è il mio vero nome, mentre in rete scrivo con lo pseudonimo di Marina Minet. Scrivo con passione da sempre, con spontaneità ma anche con creazione paziente, (maniaca nella perfezione d’ogni singolo verso secondo le mie inconsce teorie) non ho ambizioni di sorta, poiché ciò che scrivo non è mai preciso come vorrei. In ogni caso, troverei scialba e monotona una vita senza vanità. Alcune mie liriche sono state pubblicate nelle antologie della casa editrice Il Filo. Un poemetto-racconto, Monologo in augurio di pasto, nella raccolta A-mantidi - vittime (Magnum-Edizioni). ----
Alcune audiopoesie nell'interpretazione di Rita Bonomo, musiche di Elliot GoldenthalMichael Nyman - Franco Battiato. -
• Dell'ermetica vanità
• Dei volti pari
• Penelope per eccesso
• Di Padre
• Penelope in riverenza oscena
• C'era metropoli risalente al water - interpretazione di Marina Minet
Le poesie:
| Dei volti pari Siamo la grazia della pioggia; contro questo cielo ignaro d’affluenti tributari. Le siccità causate da incontinenze a termine che a sgelare gocciolando hanno concimato, poi lì per lì seccato digrignando i denti al sole verso cime ed aquiloni proni ai voli Vorrei dirti, di mari posti mura e d’alghe maturate calce; di venti che fuggono spiragli sbuffati per scomporsi creando infinità di conche straripanti; se solo, la rete che hai scagliato per assediare ciò che nutre l’apparenza divenisse inchiostro, riuscirei; o creta, per rifare i lineamenti conversanti al pianto di un grembo inaridito al seno. Ne uscirei credente e scettica blasfema ed ogni fiore sterile rifiorirà cucito concimando bulbo, secche d’altri mari. Se appena potessi disdire che il vetro dei tagli è cenere rurale cedendo ai polsi mani in volontà mancante potremo beare agli screzi, potremo progredire gloriando rughe conseguite fino a imputridire. Nessuna spalla più volterà cieca senza che io fiera abbia inalato conti in resa per divenirmi madre e figlia e onnipotente sorda a Dio Frugavamo cieli per scarnire ossa su frammenti; nubi traversanti per rammentarci d’essere sante nei rituali per ribrezzi circostanti. Grani brindanti di raccolti assenti in falciatura. Perché sono sbiancate le rose? Dove si è disciolto il carminio che sbugiardava l’ostro svergognando fuga all’imbrunire; dove ha covato i petali l’inverno per sgretolarne i bordi quando ha stabilito ai nomi volti uguali ferendoci moleste a sazietà soccorse. Cosa rimane di prati mielati, di pesi alleviati se il resto inerte nega e scheggia marmi interpellando fossa; cosa dei palmi intorpiditi prima d’impastarci scroscio e asfalto smagliandosi inerenti per ingrassi occasionali. Giuriamolo così sparendoci a schifarci finanche i rovi a rimirarsi patiranno interdizione. Che invadano oltre le piogge per pulsare nuovamente sangue a spingerlo pretesto; che sono ancora là, spandendosi ai coralli congiunti entrambi destri, senza dita appese espressi in uno specchio senza croci --- Penelope per eccesso La delusione delle viole a primavera S’apprende Con l’attrito della pioggia sull’asfalto Riluttante all’infinito scarso in cielo A farci essenza sola: Lesione e cura promulgata. - Muoia l’impossibile - Tu, che mi sei estinto fango Quando al seme, cristallina Vide l’iride impaziente; Hai affilato scopo alle mie mani: Falci vissute eco di messe basilari. Immobile, Prospettami la testa vite prona – io te ne voglia in grazia - Quando stravolgerò indubbia Braccia ed archi Scagliando frecce coagulate per reato Covato vastissimo ad amarmi L’esodo deviante degli esempi Sazia le pietà Che mi eri corpo Di comunione prima estrema. Balbettami ogni vampa E credimi boia alleggerita Se strazio è ogni gola muta in strozzatura. Sterile, attecchirò di lingua Sporgendo appena il dire in un dirupo Per conteggiarti tende Di giorni sceneggiati curva sola; Di folle surrogate che ignorano stagni ecosistema Stridendo ogni danza Iniziazione tronca --- Di Padre Di padre s'apprende il nome. La mano muta nell'abbandono Fra cancelli ancora suggellati Su svelte scarpinate in vie di fuga. Coraggi assediati sul costato Fra attimi sbiaditi in pause Al poi trarne avviso nei domani. -- Di padre s'apprende il credo La lotta avviata su strade inesplorate Sterminate da bandiere disuguali Ai venti primi in fila Proni agli estuari. -- S'apprende il taglio di mete andate a colpa La piena degli imbrogli necessari Sopra opzioni naufragate in salde sere. -- Di padre s'apprende scavo. Grinze ammansite nelle vene Al riverbero fra occhi temperati Su rimbombi di ricordi Idolatrati. -- S'apprende l'urlo spietato Decantato a fierezza sopra scudi Al tono di spettare annuvolato Reciso a sfascio in ghiaia. -- L'aroma del tabacco Disperso fra castagni Come oro radiato A crearne eclisse e svago. Il fiato silenzioso Usurato dentro ansie imbavagliate. L'occhiata scalza Sopra messe stanate da cuscini Al gergo della fitta Mascherata d'ornamenti. -- Di padre s'apprende l'attesa. Il polso al bordo letto Cullante sul sarà Come pendolo scordato. Occhi dissolti In calo a pelle ossuta. Germi di gerani rispediti Su sfide sorte a capo Celebrate da ire in grugno a Dio A formarne clessidre senza sabbia. |
Penelope in riverenza oscena Sono arteria marcia per gingilli inoperanti; Per lacrimazioni finte senza dedizione espansa E se lo dicessi ora Che renderci nota d’allergiche virtù Deambula prospettive Quanto una mano inferma, Dimmi, Dove morirebbe L’ultimo bacio senza citazioni. In quale morte si farebbe tana a ravvivarsi Gioia fatta croce Sì, che ti penso, Amore tardo per appelli; Ti penso fino a scomparirmi, Fino a non essermi Veduta di troppe gole sazie Raggirate ai modi dei conati. E sparisco prevedendoti Il tanto di vedermi appena, Ventre incline per apnea mimetizzata Sì, che mi sei dentro. Mi sei dentro oltre ogni galera Che ho espugnato; Oltre l’eccedenza d’una cena fredda Scaldata a malavoglia fra atri senza sbocco. Guardami così Quando ad ingrassarti canto sordo Vedrai una screziatura Al mezzo petto svalutato E se lo ripetessi ora Che vivo di porte e chiavistelli T’inventeresti usciere Senza tassa libera accordata. Pecora atterrita All’occhio privo --- C'era metropoli risalente al water Distorta è la manina carità ritratta che falce oziosa avversa digerente ha intarsiato coscienziosa la condanna suggerendosi un nastrino scarsamente puntellato Si dice morbo corporale l’ingenuità che alleva ossa a smascherarle; il gusto spellato per imboccarle mezze senza bracciate intorno a confermare l’esile presenza che s’amministra assenza Viscere trufferemo se per ogni grano l’estate non contasse tacche di gambe sovrapposte parallele occasionali. E che la sedia non s’inventi parente disdicente offesa sangue Dimmi cosa t’incantò il giorno che t’amasti sacco fiero a calunniarti un nome. Di quale sale sparso il viale innanzi a te s’impadronì per liquidarti stenta servendosi infantile ai nodi lacrimali che liberasti fonte inestinguibile nascendo terra da scavare Di tutte quelle bocche vanto maldicenti lì per lì a citarsi corone senza teste spalancasti l’unica additata e l’allevasti scoria prima che spirasse zeppa salvandoti infedeli due canini; l’improbabile azzannata per sollevarti carne di fame sconfessata E c’era metropoli risalente al water. Troppa, beffeggiante, con l’occhio vigilante al portamento e mai affondava, mai immergeva variando forme in consonanza; accorta, a getto cancellante si specchiava presuntuosa come se non fossi tu, lì, invocando carestie a darti in pasto propria Così colasti fiume senza delta e l’ombra vanamente t’inseguì sudore immaginario. E più svanivi, più era nudo indosso il paragone; il mento della folla alzato calante d’espressione: l’onorario supposto puntato quando l’impronta alleggerita di solo tanfo premeva all’andatura --- Sardegna Esiliata sguardo che vaghi oltre in terre vergini ed immortali posati senza morirne più in là di riva a riportarmi terra che mi fu madre e Dio manto corallino di mare che m'apparteneva d'onde esiliate richiede mano a stringerle in nuraghi già longevi prima d'esser nati in mani fiere accolte d'onorata povertà io niente e universo fra ulivi gravi di terre arse porto ferite rinascendo seme e fiore. Alba, svezzata in seno figlia d'orgoglio immensa a specchiare di nome paterno affiora bandiera ed io spoglia di vesti al vederti nuovamente m'innalzo nome riportato a valle a naufragar memoria d'avvilente migrazione Pro su Bisognu |
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