sabato, 29 settembre 2007
Poesia della settimanaMi piaci silenziosa di Pablo Neruda (dall'album Nei tuoi occhi) e' l'audio poesia della settimana selezionata dal Poetilandia Team.



Mi piaci silenziosa

Mi piaci silenziosa, perche' sei come assente
mi senti da lontano e la mia voce non ti tocca.
Par quasi che i tuoi occhi siano volati via
ed e' come se un bacio ti chiudesse la bocca.

Tutte le cose sono colme della mia anima
e tu da loro emergi, colma d'anima mia.
Farfalla di sogno, assomigli alla mia anima
ed assomigli alla parola malinconia.

Mi piaci silenziosa, quando sembri distante.
E sembri lamentarti, tubante farfalla.
E mi senti da lontano e la mia voce non ti arriva:
lascia che il tuo silenzio sia il mio silenzio stesso.

Lascia che il tuo silenzio sia anche il mio parlarti,
lucido come fiamma, semplice come anello.
Tu sei come la notte, taciturna e stellata.
Di stella è il tuo silenzio, così lontano e semplice.

Mi piaci silenziosa perché sei come assente.
Distante e dolorosa come se fossi morta.
Basta allora un sorriso, una parola basta.
E sono lieto, lieto che questo non sia vero.

Pablo Neruda


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categoria:poesie in vetrina 2007
domenica, 23 settembre 2007
Poesia della settimanaBattesimo di Davide Nota, LietoColle, e' la poesia della settimana selezionata dal Poetilandia Team. Davide Nota è nato a Cassano d'Adda (MI) nel 1981, da padre lucano e madre marchigiana. Risiede dalla prima infanzia ad Ascoli Piceno dove è stato redattore del trimestrale letterario "La biblioteca di Babele" [2001-2004] e "La Gru" [2005-2006]. Dal 2003 suoi testi sono apparsi su diverse riviste (tra cui "Atelier", "Lo specchio della Stampa", "Il foglio clandestino", "L'informatore Europeo") e antologie di poesia contemporanea (tra cui "Altri salmi", "Parco poesia 2004", "La coda della galassia"). Nel 2005 è uscita la sua prima raccolta poetica, "Battesimo" (LietoColle), con una nota introduttiva di Gianni D'Elia. Nel 2007 licenzia la sua seconda raccolta, "Il non potere" (Zona), con una lettera prefatoria di Luigi-Alberto Sanchi.

Davide NotaBattesimo

Fui iniziato all’arte nell’illusione
di portare un po’ di luce a me
medesimo ed al mondo; mi sbagliavo.

Non so di preciso cosa ho sbagliato:
se certe letture o quell’erudizione
che ricercavo in biblioteche e scuole
tralasciando l’intensità che duole
ad ogni passo sulla riva impura.

Ma il “duri finchè dura la costanza”
è già finita, consunta quella rabbia
aristocratica che mi portavo sulla
schiena, come un masso, quella teatrale
messa in scena che è la vita e non è
la vena, né la poesia: un antipasto
liceale, forse, probabilmente
qualche subretaggio professorale.

Ma in questo dopo dopo dopo guerra,
dove la terra è fragile ed i piedi
esausti, a prima mattina serra
la voce un diniego soffuso sotto
pelle, nella carne ardente. E come
vedi non scrivo più poesie d’amore,
né rubo rose alle coltivazioni
industriali per donarmi in qualche modo
un breve lapsus accidentale.

Si va, anzi, si va nell’acqua sporca,
si continua la ricerca nell’epoca
delle fermezze, delle decisioni
inesorabili, mentre inesorabile
per noi è solo il mattino, è questo
scarno tentativo che nel sangue
cerca di salire alle arterie, al cuore.

Ma è una aspettativa schizofrenica
che in fondo il fondo di rinuncia sfiora
spesso, quando a sera per esempio guarda
il popolo rientrare dalle feste
al mare, dagli chalet che si riempiono
di luci e battiti animali: che si vive
giovani per già dimenticare qualche
cosa di non visto, non vissuto.

Eppure il trauma ce lo troviamo impresso
dentro, come un marchio a fuoco, come
un battesimo insaputo che soltanto
a tarda notte conosciamo.

[da "Battesimo", LietoColle]

Davide Nota

Il blog dell'autore


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categoria:poesie in vetrina 2007
lunedì, 17 settembre 2007
Poesia della settimanaLe radici dei faggi, testo tratto da Il peso del cielo di Donatella Maino, e' la poesia della settimana selezionata dal Poetilandia Team.

La poesia della settimanaLe radici dei faggi

Infilo l'ago nelle radici erratiche dei faggi,
punto dopo punto arrivo sottoterra
e trovo il primo mattino libero
d'ammiraglie rosse e cavolaie

ma se in questa mattina non vieni
la finestra s'orlerà di nero,

finirò nelle terre più lontane
spaccando tutte le seggiole
che un uomo non sa raccogliere
una donna che muore seduta.

(le mie ossa femorali intatte alle tue
urlano lo spreco della scintilla... Dio voglia
non traspaia quanto ti amo... )

sono qua che muto pelle e vita
in successione di una cosa che segue l'altra
correndo incontro alle parole.

[da "Il peso del cielo", Lulu.com 2007]

Donatella Maino

L'AUTRICE

Donatella MainoDonatella Maino nasce a Pergine Valsugana, Trento, alla vigilia di un Natale del dopoguerra, da genitori relativamente maturi. Quando i suoi occhi si aprono al mondo vede solo rovine. Tutto il suo habitat è disgregato dalle bombe che hanno fatto di Trento, città di frontiera con presidio tedesco, luogo di tragici scontri con le forze alleate.

Trascorre l'infanzia e l'adolescenza nell'indigenza che poi canterà in un suo brano "Un mondo scomparso". In quinta elementare la maestra riconosce in lei l'attitudine a fantasticare con le parole attraverso una prosa dedicata a "X Agosto" di Giovanni Pascoli, poesia che stimola l'immaginazione dell'autrice, fino a farla diventare tutt'altro pur rimanendo nel contesto e nell'intento del Poeta. Dopo le elementari sarà indirizzata a frequentare scuole ad indirizzo amministrativo dove, con grande fatica, otterrà il diploma di segretaria d'azienda. Le condizioni della famiglia non le permettono di andare oltre ma la sua grande passione per le materie letterarie la porteranno a frequentare assiduamente mercatini di libri che mai riusciranno a spegnere la sua sete per la lettura alla quale si abbevera quotidianamente in contrapposizione al desiderio dei genitori che la vorrebbero più attenta ai problemi famigliari dai quali rifugge incominciando a comporre brevi versi e considerazioni introspettive nelle quali realizza le sue prime utopie. L'Italia stava risorgendo dalle ceneri, in pieno boom economico, Donatella Maino si scontra con il primo, vero grande dolore della sua vita. Il padre perde la vita in un incidente automobilistico, al quale, dopo un mese, farà seguito la dipartita della madre, malata di cancro.

Il peso del cielo di Donatella Maino, Lulu.com 2007 Sarà l'inizio di un calvario, di un pellegrinaggio che la porterà a conoscere la fame e l'indifferenza dei suoi simili. Genova, dove vive la sorella della madre, con una nidiata di sette figli, è la prima tappa di accoglienza. In questa splendida città, Donatella, conosce il mare ed è amore, subito amore che la compenserà dai morsi della fame, inevitabili compagni di una quotidianità che divide una pagnotta di pane in dieci bocche da sfamare. Rimane quanto basta per capire che il peso della sua presenza incide notevolmente sulla famiglia. Ritorna a Trento ospite di un'altra zia che sta vivendo la realtà agghiacciante della malattia, in fase terminale, del marito. Rivive la perdita dei genitori da poco subita e conosce e s'aggrappa al ragazzo col quale, dopo un anno, si sposerà.
L'anno precedente il matrimonio lo trascorre in casa del fratello, di quattordici anni maggiore di lei, sposato e completamente fuori da ogni problematica riguardante le necessità affettive della sorella. Donatella Maino si sposa in un giorno di maggio, splendente di bianco, bagnata di chicchi di lacrime per le assenze ingiustificate.

Da Parigi arrivano notizie delle prime manifestazioni di piazza, in Italia i giovani lavoratori e gli studenti rispondono con i tamburi, a Trento, la Facoltà di Sociologia viene occupata dagli studenti, è l'anno 1968. Indottrinata dal padre, attivista del Partito Comunista Italiano, quando la bianca Trento (Città dei Principi Vescovi e del primo Concilio Ecumenico) dichiarava che i comunisti mangiano i bambini, Donatella Maino svolta all'estrema sinistra, abbracciando l'idea del P.S I.U.P. (Partito Socialista Italiano di Unità Proletaria) e, benché sposata con un uomo "incolore", indossa un eskimo e sfila per le vie cittadine urlando gli slogan inneggianti al Che e alla rivoluzione che emancipavano la donna fino a scrivere sugli stendardi: l'utero è mio e me lo gestisco io.

Di rami e foglie di Donatella Maino - Autoedizione Lulu.comA Trento nascono le Brigate Rosse con a capo Renato Curcio che porteranno l'Italia a soccombere alle varie manifestazioni di terrorismo, non ultima l'uccisione dell'Onorevole Aldo Moro. In questa totale confusione di ideali esasperati, l'autrice scrive e legge qualsiasi cosa le capiti sotto mano, compreso il Libretto Rosso di Mao Tze Tung e aleggia sempre più nei suoi scritti l'utopia di un mondo veramente migliore. Nel suo incedere si ritrova ad aspettare un bambino, Luca, che nascerà in un clima famigliare già minato dalle incomprensioni coniugali.

Accolto con grande amore, il figlio ridimensiona le velleità politiche di Donatella che l'avevano vista in piazza a schivare manganellate della polizia che caricava i dimostranti almeno due volte al giorno. Consapevole del suo ruolo di madre si dedica anima e corpo al piccolo essere che le sta cambiando la vita in positivo. Getta l'eskimo in soffitta e tenta di immergersi in una quotidianità appagante, è il periodo dell'amore filiale, di liriche che tutt'ora il figlio conserva come dimostrazione di una madre un po' sopra le righe ma che elargiva a piene mani tutto l'amore di cui era capace.

Donatella Maino si separerà dal marito quando il figlio avrà circa una decina d'anni, vivrà di lui, solo di lui per molto tempo, lo accompagnerà al matrimonio col cuore spezzato ma convinta che abbia tutto il diritto a formarsi una famiglia.

Nel 1996 le viene riscontrato un cancro maligno per cui subirà l'intervento con conseguente mutilazione del seno ma con l'incoscienza o il coraggio che l'hanno accompagnata tutta la vita, rifiuta categoricamente la chemioterapia. Ripudiata, per l'accadimento, dal compagno di allora decide di chiudere anche la seconda esperienza affettiva.

Nel 1999 nasce il primo nipote, Riccardo, al quale si lega a doppio filo rivivendo la propria maternità. Nel 2005 un altro fiore, Simone, viene a far parte del giardino di questa donna che tanti semi, mai germogliati, ha sparso nel crudo terreno della vita.

Nel 2000 ritenta la sorte con l'uomo che crede di aver aspettato da sempre, l'incastro cosmico perfetto. Si risposa nel settembre del 2005.

Ora, Donatella Maino, quasi alla soglia della terza età, impegna il suo tempo lavorando presso i musei della sua città e nel tempo libero si dedica completamente alla scrittura. Sempre nel 2005 (anno veramente proficuo...) pubblica la sua prima raccolta di poesie con la Casa Editrice Il Filo, titolandola: Di rami e foglie, quasi a perpetuarsi nelle stagioni e nei cicli della vita.


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categoria:poesie in vetrina 2007
domenica, 09 settembre 2007
Elegia del gene di Rita Bonomo, testo tratto da - dìri dìri dànna, litania stolta del diritto e rovescio -, Liberodiscrivere® Studio64 srl Edizioni Genova, e' la poesia in vetrina della settimana selezionata dal Poetilandia Team.

Elegia del gene

Osanna,

Nell’aborigeno mio cielo
il mio cielo è tronco d’ ali e reti
eppure impigliata –resta- questa genia
un pesce gravido di uova incolumi
moltiplicate e moltiplicate e moltiplicate
Suo pungiglione ammorbante
quel piglio dissacrante l’appartenersi
che si fa -a puntate- buccia-buccia
a vestirmi gruccia inerme o fionda
Ah, ritornarti indietro! coltre erosa
dai cromosomi dentati da rammendare
ogni volta ogni volta ogni volta
-quali ricami ancestrali?-
se mi travesto crosta privata di me
-tua primizia sposa, e gemella- e poi crosta
si spoglia di me lasciandomi intera e morbida

e nuda

germoglio figliato in tua ombrellifera fronda

Ché poi nell’aborigeno tuo cielo
il tuo cielo è tronco d’ali e reti
eppure impigliata resta questa genia
un’ape regina che non può figliare fuchi
non collari per cuccioli,
né squame iridescenti per vestirli lucenti di luce
Suo pungiglione ammorbante è
il quanto che ci spiccica e poi ci rincolla
affini per qualità di fiati e bucce
e peccatucci similari sugli ucci ucci
di questo vivere sotto branco sciolto

Una palude in cui – tu - ti travesti anfibio
sbranchiato - e onicofago -
e io granchio - onicofago - spaiato ad evitarti laterale
sugli sgoccioli di questa vita a finire
in spicciolo squarciare l’aria sconsacrata
da più morsi di fame d’unghie
- surrogato, lenitivo d’affetto - ma - piccante -

e nudi

a germogliarci attonite statue dalle debolucce spalle spoglie d’abbracci

Ti ho nel mucchio, Signore, nel mio mazzo di geni
- a mucchi -
e negli ancora ancora candidi barlumi
d’onniscienze sante da amputarmi dal cuore
Così, sotto fiotti di coriandoli
separati per colorito e aspetto trascendo
- colorando - dal più tenue al più marcato segno
di distinzione marcata, divenendo
traccia tua indelebile

e Santa

Rita Bonomo



Testo e voce di Rita Bonomo, videopoesia prodotta da nuoviautori.org, regia Andrea Galli, musica Astor Piazzola, fotografia Pier Paolo Pasolini e Henri Cartier-Bresson


dìri dìri dànna -litania stolta del diritto e rovescio- L'autrice - Rita Bonomo, vive e lavora a Sassari. Diplomata in Scenografia all’Accademia di Belle Arti, ha collaborato con alcune compagnie teatrali e partecipato ad alcune mostre collettive e personali. Tra le ultime, I Mestieranti (2003) e Le fate Ignoranti (2004), dove i supporti, i materiali e la stessa scrittura del testo si fanno polimaterico parlante.

Ha ideato e progettato per Magnum-Edizioni le prefìche, una collana ‘laboratorio’ in cui autori, artisti figurativi, attori teatrali e musicisti convergono in un unico movimento di interazione contaminante, allo scopo di liberare l’individualismo dall’autocelebrazione fine a se stessa.

Ha pubblicato poesie su riviste e antologie (dal 2003 al 2006) ed è uno degli autori di Rie, Magnum-Edizioni (2005). Di prossima pubblicazione, sempre per i tipi della Magnum, un dramma in poesia dal titolo Grande Sproloquio Spartiacque.

Uno dei blog dell'autrice.



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categoria:poesie in vetrina 2007
domenica, 02 settembre 2007
La poesia della settimanaGiardino autunnale, testo tratto dai Canti orfici di Dino Campana, Tipografia F.Ravagli, Marradi 1914, e' la poesia in vetrina della settimana selezionata dal Poetilandia Team.

Giardino autunnale

(Firenze)

Al giardino spettrale al lauro muto
De le verdi ghirlande
A la terra autunnale
Un ultimo saluto!
A l'aride pendici
Aspre arrossate nell'estremo sole
Confusa di rumori
Rauchi grida la lontana vita:
Grida al morente sole
Che insanguina le aiole.

S'intende una fanfara
Che straziante sale: il fiume spare
Ne le arene dorate: nel silenzio
Stanno le bianche statue a capo i ponti
Volte: e le cose già non sono più.
E dal fondo silenzio come un coro
Tenero e grandioso
Sorge ed anela in alto al mio balcone:
E in aroma d'alloro,
In aroma d'alloro acre languente,
Tra le statue immortali nel tramonto
Ella m'appar, presente.

[da Canti orfici - Tipografia F.Ravagli, Marradi 1914]

Dino Campana


L'autore - Dino Campana (nato a Marradi nel 1885, sull'Appennino tosco-romagnolo), cominciò a frequentare Bologna e l'Università dal 1903, anno in cui si iscrisse alla Facoltà di chimica. In realtà questi soggiorni furono brevi e irregolari, dal momento che il poeta passò e ripassò più volte da Bologna a Firenze, cambiando anche l'indirizzo degli studi per la chimica farmaceutica.

Importante è che da Bologna, nel 1906, Campana decida di iniziare la sua prima grande fuga verso il Nord Europa, la fuga che lo terrà lontano da casa per parecchi mesi e che spingerà i notabili di Marradi a scegliere per lui l'internamento nel manicomio di Imola, giustificato sulla base di un carattere instabile e di una condotta di vita irregolare. Nasce qui il mito del poeta "vagabondo", in rivolta contro la società borghese, a proposito del quale viene poi fatto il nome di Rimbaud.

Nell'autunno del 1912 Campana torna a Bologna e vi rimane parecchi mesi. Ha già con sé i progetti poetici che confluiranno nella sua unica opera, i Canti Orfici. Frequenta l'ambiente goliardico, in particolare Federico Ravagli e Mario Bejor (ambedue scriveranno testimonianze su questo periodo).

I goliardi gli propongono di pubblicare alcune poesie sui loro fogli e così Campana diventa ufficialmente poeta: alcuni dei suoi testi più importanti escono sul "Goliardo" e sul "Papiro", e preannunciano il libro completo che verrà pubblicato da una misera stamperia di Marradi solo nell'estate del 1914.

È noto, oltre che per la composizione di scritti letterari e poetici conosciuta sotto il nome di Canti Orfici, anche per la sua tempestosa relazione sentimentale con la scrittrice Sibilla Aleramo (liaison, messa a nudo nell'epistolario intercorso tra il poeta e la poetessa). Il suo nome è stato spesso accostato a quello della corrente dei poeti maledetti. La sua esistenza tormentata ed errabonda fu costellata da difficoltà ed egli conobbe le più tristi esperienze..

Alcune opere: Canti Orfici, Marradi, 1914 - Inediti, raccolti a cura di E.falqui, Firenze, 1942 - Taccuino, a cura di F.Matacotta, Fermo, 1949 - Taccuinetto faentino, a cura di D.De Robertis, prefazione di E.Falqui, Firenze, 1952 - Fascicolo marradese, a cura di F.Ravigli, Firenze, 1952 - Il più lungo giorno, Roma-Firenze, 1973, 2 voll. vol.I: riproduzione anastatica del manoscritto ritrovato dei "Canti orfici"; vol. II: prefazione di E.Falqui, testo critico a cura di D.Robertis.


Un po' del mio sangue. Canti Orfici, Poesie sparse, Canto proletario italo-francese, Lettere (1910-1931) di Dino CampanaTitolo: Un po' del mio sangue. Canti Orfici, Poesie sparse, Canto proletario italo-francese, Lettere (1910-1931)
Autore: Dino Campana
Editore: BUR Biblioteca Univ. Rizzoli
Collana: Economici
Anno di pubblicazione: 2005
EAN: 9788817007702
Pagine: 298
Prezzo di copertina: Euro 9,00

Contenuto: "Dino Campana morì in manicomio, ma non fu afflitto da una romantica follia connessa con il suo essere poeta. Andò in Argentina e ci rimase un mese, ma non fu il poeta italo-argentino. Conobbe Sibilla Aleramo e a suo modo l'amò, ma "un viaggio chiamato amore" è la versione storpiata di un suo verso, in una poesia dove si parla di sangue e di lacrime.

Pubblicò a sue spese un solo libro e cercò di venderlo nei caffè di Firenze e di Bologna, ma non minacciò i compratori e non stracciò le pagine che loro non avrebbero capito. Amò l'Italia degli emigranti e dei poveri, e scrisse un Canto proletario italo-francese che è la più bella poesia patriottica della Grande Guerra." (Sebastiano Vassalli)



LE POESIE DELLE SETTIMANE PRECEDENTI


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