venerdì, 29 giugno 2007
Io sono verticale, di Sylvia Plath, e' la poesia in vetrina della settimana. Io sono verticale ma preferirei essere orizzontale. Non sono un albero con radici nel suolo succhiante minerali e amore materno così da poter brillare di foglie a ogni marzo...

LA POESIA IN VETRINA DELLA SETTIMANAIo sono verticale
Ma preferirei essere orizzontale.

Non sono un albero con radici nel suolo
Succhiante minerali e amore materno
Così da poter brillare di foglie a ogni marzo,
Né sono la beltà di un'aiuola
Ultradipinta che susciti gridi di meraviglia,
Senza sapere che presto dovrò perdere i miei petali.

Confronto a me, un albero è immortale
E la cima d'un fiore, non alta, ma più clamorosa:
Dell'uno la lunga vita, dell'altra mi manca l'audacia.

Stasera, all'infinitesimo lume delle stelle,
Alberi e fiori hanno sparso i loro freddi profumi.

Ci passo in mezzo, ma nessuno di loro ne fa caso.

A volte io penso che mentre dormo
Forse assomiglio a loro nel modo più perfetto
con i miei pensieri andati in nebbia.

Stare sdraiata è per me più naturale.

Allora il cielo e io siamo in aperto colloquio,
E sarò utile il giorno che resto sdraiata per sempre:
Finalmente gli alberi mi toccheranno,
i fiori avranno tempo per me.

[traduzione di Giovanni Giudici]


Sylvia Plath

da RAI
Radio 3 Suite:

L'AUTRICE

Sylvia PlathSylvia Plath nasce a Jamaica Plain - un sobborgo di Boston - il 27 ottobre 1932, da genitori di origine austro-tedesca. Da subito si rivela il suo talento per le lettere, tanto da approdare giovanissima nella Grande Mela, ospite di una rivista newyorkese. Il caos e le pressioni esercitate sul suo fragile equilibrio dalla metropoli la conducono ben presto a un tracollo emotivo. Cominciano i ricoveri, i tentativi di suicidio e l'elettroshock.

Arrivano anche, in rapida successione, il matrimonio con il poeta inglese
Ted Hughes e la maternità. La vita familiare si trasforma, quasi subito, da fonte di gioia in responsabilità asfissiante e frustrazione continua. Sylvia è combattuta tra il suo essere madre e moglie e la volontà di essere donna e poetessa innanzitutto.

Gli anni dal 1960 al 1963 - anni di grandi ristrettezze economiche, dovute alla separazione dal marito e all'affidamento dei figli - sono anche gli anni più prolifici: pubblica The Colossus e subito dopo il romanzo La campana di vetro.

L'11 febbraio 1963, prepara la colazione ai figli, li porta a scuola, torna a casa e, accuratamente, realizza la propria morte.

Molte delle sue opere compaiono postume. Così come postuma sarà la sua fama, a volte inconsapevolmente manipolata, fino a farne il simbolo estremo di un femminismo ribelle.

Alcune opere dell'autrice:

01.
La campana di vetro  e sei poesie da Ariel
Sylvia Plath
Economici | 238 pagine | Mondadori | 2005
In un albergo di New York per sole donne, Esther, diciannovenne di provincia, studentessa brillante, vincitrice di un soggiorno offerto da una rivista di moda, incomincia a sentirsi "come un cavallo da corsa in un mondo senza piste". Intorno a lei, sopra di lei, l'America spietata, borghese e maccartista degli anni Cinquanta. Un mondo alienato, una vera e propria campana di vetro che schiaccia la protagonista sotto il peso della sua protezione, togliendole a poco a poco l'aria. L'alternativa sarà abbandonarsi al fascino soave della morte o lasciarsi invadere la mente dalle onde azzurre dell'elettroshock. Pubblicato nel 1963, un mese prima del suicidio dell'autrice, La campana di vetro è l'unico romanzo di Sylvia Plath. Fortemente autobiografico, narra con stile limpido e teso e con una semplicità agghiacciante le insipienze, le crudeltà incoscienti, i tabù assurdi capaci di spezzare qualunque adolescenza presa nell'ingranaggio stritolante di una normalità che ignora la poesia.
 
02.
I capolavori di Sylvia Plath. Testo inglese a fronte
Sylvia Plath
Cartonato | 735 pagine | Mondadori | 2004
Morta suicida nel 1963 a soli trentuno anni, Sylvia Plath, assurta a simbolo delle rivendicazioni femministe del Novecento, è stata soprattutto una delle voci più potenti e limpide della letteratura americana contemporanea. A oltre quarant'anni dalla sua scomparsa, questo volume intende renderle un doveroso omaggio, riunendo le opere più significative della sua breve ma intensa produzione. Esso comprende un'ampia raccolta di liriche, tra cui, in versione integrale, la raccolta "Ariel" che, pubblicata nel 1965 dal marito e poeta Ted Hughes, rivelò al mondo la forza dirompente della poesia della Plath, creando la leggenda del suo personaggio. Segue "La campana di vetro", l'unico romanzo, tragicamente autobiografico, di Sylvia, pubblicato appena un mese prima della morte e considerato come uno dei più acuti ritratti di un'adolescenza inquieta e sofferta, sullo sfondo delle ipocrisie della middle class americana nell'era più cupa del maccartismo. Infine la raccolta di prose "Johnny Panic e la Bibbia dei sogni", contenente racconti, saggi, reportage giornalistici, pagine di diario che offrono uno strumento unico per esplorare il complesso mondo di una delle scrittrici più amate degli ultimi decenni. Con un saggio di Joyce Carol Oates.
 
03.
Diari
Sylvia Plath
Economici | 433 pagine | Adelphi | 2004
Quando si comincia a leggere questi diari si ha l'impressione di seguire le febbrili annotazioni di una bella ragazza americana che scopre l'Europa: tutto vibra, tutto sprizza energia, c'è un senso di attesa che si impone su tutto. Ma presto ci accorgiamo che le cose non stanno così. O meglio, non soltanto così. E ci immergiamo in una lettura sempre più appassionante e talvolta angosciosa: il giornale di bordo di una sensibilità acutissima, lacerata e drammatica, quella di una scrittrice che per i suoi versi e per il suo tragico destino è diventata un emblema, un vero culto, per molti lettori.
 
04.
Johnny Panic e la Bibbia dei sogni
Sylvia Plath
Economici | 400 pagine | Mondadori | 2003
"Johnny Panic" e la "Bibbia dei sogni" venne pubblicato dal poeta Ted Hughes, marito della Plath, nel 1979, a quasi vent'anni di distanza dalla morte dell'autrice. Opera di grande impatto, questo volume raccoglie varie prose relative a un arco temporale che va dal 1950 - e quindi dalle primissime prove dell'adolescenza - al 1963, anno della tragica scomparsa della poetessa, suicidatasi a soli trentuno anni. Si tratta di schizzi, racconti, saggi, reportage giornalistici, brani di diario che delineano il coerente sviluppo dell'opera letteraria di Sylvia Plath, incentrata fin dagli esordi su una eccezionale capacità di analisi di sé e del mondo: uno scandaglio gettato nel fondo della propria coscienza, un'incessante indagine sulla natura e sull'individuo in cui si riflette un senso costante di dilaniante solitudine. Questi testi offrono così uno strumento unico per osservare 'dall'interno' lo straordinario mondo di una delle voci poetiche più potenti e limpide del Novecento, autrice amatissima e vera icona di un'epoca di sogni e libertà.
 
05.
Opere
Sylvia Plath
Cartonato | 1979 pagine | Mondadori | 2002
In poesia e in prosa, l'opera dolorosa, acuminata, struggente di una poetessa-simbolo del femminile: questo Meridiano raccoglie tutta la produzione significativa di Sylvia Plath (Boston 1932-Londra 1963). Innanzittutto le sue poesie, col testo a fronte, secondo l'edizione definitiva dei "Collected Poems" curata da Hughes nel 198: sono componimenti, soprattutto quelli dell'ultimo anno di vita, in cui le estreme tensioni emotive, la violenza dei temi e delle immagini e il dettato oracolare si fondono mirabilmente con una tecnica metrica rigorosa e insieme inventiva, con un uso della metafora suggestivo e personalissimo. Seguono le prose: il romanzo "La campana di vetro" e una ricca selezione di racconti e di pagine dei "Diari". Il saggio introduttivo è firmato da Nadia Fusini, anglista, scrittrice, critico letterario, da sempre attenta allo specifico femminile, che della figura e della poesia di Sylvia Plath e di Ted Hughes si è già più volte occupata. Tutte le traduzioni sono nuove e si devono per le poesie ad Anna Ravano, per le prose ad Adriana Bottini.
 
06.
Lady Lazarus e altre poesie
Sylvia Plath
Economici | 190 pagine | Mondadori | 1998
Questa raccolta, nella traduzione di un poeta come Giovanni Giudici, testimonia del lavoro per molti lati eccezionale di una delle maggiori e, nondimeno, traumatiche, presenze nella poesia americana degli ultimi anni. Nel 1960 usciva la sua prima raccolta di versi, The Colossus, e nel 1963, l'11 febbraio, Sylvia Plath si uccideva. A cura del marito, il poeta inglese Ted Hughes, usciva postumo, nel 1965, il volume di liriche intitolato Ariel, che segnava la fama internazionale della sua autrice. La presente scelta è, in gran parte, tratta da questo volume. Queste poesie che la Plath scrisse nell'ultimo periodo della sua vita, con una concentrazione febbrile e frenetica -arrivando anche a comporne due o tre in un giorno - rappresentano quasi il suo "mitico sprofondare nel silenzio dopo una concitata recitazione".
 
07.
Diari
Sylvia Plath
Brossura | 433 pagine | Adelphi | 1998
Quando si comincia a leggere questi "Diari", si ha l'impressione di seguire le febbrili annotazioni di una bella ragazza americana che scopre l'Europa, con i calzini bianchi e un boyfriend al seguito. Tutto vibra, tutto sprizza energia, c'è un senso di attesa che si impone su tutto. Ma presto ci accorgiamo che le cose non stanno esattamente così. O meglio: non soltanto così. Troppo preciso è il segno delle parole, troppo snebbiato lo sguardo, troppo inquietante lo sfondo psichico che si intravede. Così ci immergiamo in una lettura sempre più appassionante e talvolta angosciosa: il giornale di bordo di una sensibilità acutissima, lacerata e drammatica, quella di una scrittrice che, per i suoi versi e per il suo tragico destino, è presto diventata, nei nostri anni, un magnete e un emblema per molti lettori - ovvero anche, come si dice con inconsapevole esattezza, un "culto".
 
08.
Max e il vestito color zafferano
Sylvia Plath
Economici | 43 pagine | Mondadori | 1996
Il più grande desiderio di Max Nulli è quello di indossare un bell'abito a giacca, proprio come suo padre e i suoi fratelli. E quando a casa sua arriva un pacco che contiene un pelosissimo e giallissimo completo, Max se ne innamora subito: peccatoche il vestito sia troppo grande, e vada bene solo a papà o ai fratelli maggiori... Ma chi mai si vestirebbe di giallo per andare in ufficio o a scuola? E così il vestito passa di mano in mano e ogni volta diventa misteriosamente più piccolo, finché Max può indossarlo e scoprirne le straordinarie qualità.
 
09.
A letto bambini
Sylvia Plath
Brossura | 44 pagine | Mondadori | 1990
Un letto è un letto, d'accordo, ma... avete mai provato a pensarlo come un'astronave, un sottomarino, un distributore dolci, un prodigioso attrezzo per fare ginnastica, un carro armato, una pianta che più la innaffi più cresce, una barca, una tana, un nido? Una fantastica avventura in versi creata da una grande poetessa americana e proposta in italiano da Bianca Pizorno, per tutti i bambini che all'ora di andare a letto fanno i capricci. I lettori che sanno l'inglese (o che studiano per impararlo) troveranno in appendice il testo originale.
 
10.
Quanto lontano siamo giunti
Sylvia Plath
Brossura | 328 pagine | Guanda | 1979
La corrispondenza che Sylvia Plath tenne con la madre nell'arco di tredici anni, dall'inizio del college (1950) al suiciduio (1963), offre il raro interesse di un epistolario famigliare che rifiuta lo sfogo intimistico per diventare un intransigente diario quotidiano, strumento di analisi del proprio ruolo davanti all'interlocutore privilegiato per eccellenza, la madre sempre presente e ideale. Passo per passo, per tappe cronologiche, seguiamo l'iter artistico ed esistenziale della poetessa più di ogni altra amata dalle ultime generazioni:la giovinezza americana modellata secondo il cliché medio-borghese degli anni '50, gli anni del "pragmatismo" e del maccartismo, la maturazione e l'improvviso, inaspettato erompere della crisi psicologica che porta al primo tentativo di suicidio; e poi l'impatto con il vecchio mondo e l'austerità di Cambridge, l'estasi dell'incontro e del matrimonio con l'altrettanto giovane e promettente poeta Ted Hughes, gli anni duri della verifica e del consolidamento della carriera artistica, fino al rapito sgretolarsi della felicità coniugale e del sogno mistico del "matrimonio letterario", e il riemergere, con l'urgenza e la gravità di una giovinezza più matura e di un'acquisita consapevolezza del proprio talento letterario, delle problematiche di distruzione e di morte. Questa vicenda viene tutta ripercorsa nel libro che raccoglie le lettere di Sylvia alla madre: un libro che si può leggere - grazie alla sua continuità e compattezza - come un vero e proprio romanzo epistolare. Dopo il romanzo autobiografico The Bell Jar, esso resta lo strumento più importante per penetrare e comprendere il mondo della poetessa americana.
 

Per approfondire la conoscenza dell'autrice consigliamo la lettura di un Blog Site italiano interamente dedicato a Sylvia Plath.

LE POESIE IN VETRINA DELLE SETTIMANE PRECEDENTI

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categoria:poesie in vetrina 2007
venerdì, 22 giugno 2007
E' mestiere del vento alzare le vele, di Silvia Bre, tratta da Le barricate misteriose (Einaudi, 2001), e' la poesia in vetrina della settimana. L'ultima opera dell'autrice, edita da Einaudi, e' il volume di poesie "Marmo". Un'opera tutta dominata dal movimento di uomini e cose.

LA POESIA IN VETRINA DELLA SETTIMANAÈ mestiere del vento alzare le vele -
Ma noi possiamo scegliere il colore,
il loro verso, la gioia di resistere e che muove
dall'albero maestro - fermo,
con le radici nel bene della terra -
e che ci porta vivi
in pochi amici, come dopo una guerra.

[da Le barricate misteriose, Einaudi, 2001]

Silvia Bre

L'AUTRICE

Silvia Bre è nata a Bergamo e vive a Roma. Nel 1990 ha pubblicato la raccolta di poesie "I riposi" per l'editore Rotundo. Nel 2001 ha pubblicato presso l'editore Einaudi la raccolta di poesie "Le barricate misteriose". Traduttrice di testi letterari e scientifici, dopo aver pubblicato da Bompiani nel 1987, a quattro mani con Marco Lodoli, il romanzo Snack Bar Budapest, ha presentato negli Oscar Mondadori la sua versione del canzoniere poetico cinquecentesco di Louise Labé.  Alcune sue poesie sono apparse su "Tam Tam", "Prato pagano", "Nuovi Argomenti", "Poesia", "La clessidra".

La sua ultima opera, uscita da Einaudi, è la raccolta di versi Marmo. Sotto il marmo del titolo, che evoca la tranquilla staticità del definitivo, la nuova raccolta di Silvia Bre è tutta dominata da movimenti vertiginosi: verso il cielo, le stelle, il remotamente lontano o anche solo l'alto a cui tendono "i ciuffi di basilico, gli sguardi/i quattro girasoli e il pensare"; e poi, con repentini cambi di direzione, impennate verso la terra, il sottoterra, l'abissale ("un po' più sotto è dove stanno i morti/a scalciare in eterno oltre la vita").

La realtà di chi vive sembra scorrere lungo i continui tragitti verticali tra queste dimensioni estreme, nei salti ciechi tra il corporeo e l'immaginario, nell'aspirazione paziente e disperata a una conciliazione che può venire solo dalla voce che la canta e dall'ascolto spietato del "suono che tiene unito l'universo".

Audio poesie

Alcune poesie tratte da "Marmo" e recitate dalla stessa autrice nel corso di una radio intervista su RAI Radio 3 Suite.








Nascita con paesaggio

Di chi la sai, di chi
quest’ombra umana che ti si fa addosso
ancora disadorna d’occhi, di risate –
per ora è il niente che sai, e stringe
tra le pieghe una faccia piccola,
imprecisa. Senti che è il mondo.
Invece è una città, una via, quel corpo.
Sai forse di te per poco ancora
che cosa grida dal nero della gola,
cosa s’apre per adesso all’aria –
ce n’è abbastanza per sognare d’altro,
così una mano uscendo dalla mano
toccherà veramente qualche cosa.

Ma è una materia su cui contare poco,
come passare da una riva all’altra
senza vederle mai, tra interstizi
infinitesimali da riempire
con attimi, catene, crudeltà.
Ora c’è un nome, è tuo, cominci.
E subito uno dice che si muore
ma non è vero, è terribile, restano tutti
a farsi ricordare senza pietà:
tutto rimane sempre
per mancarti. E la mente che viene
sarà saperlo sempre così bene.
Non vedi, appena nato, come perdi
come gia perdi dalla mano?

[inedita - tratta da LietoColle]

Diario di tutti

Il corpo sta alla terra come il cuore all’addio
bestie intrecciate
che si appartengono per destino
nonostante la lotta.
Prima si perde il sonno, poi i capelli, poi
tante parole fino a io, quella che tiene tutto.
Dopo dilaga l’urlo
che stava quieto per educazione,
si rende l’anima al cielo da cui cadde
– sei animale, sei pronto.
C’è un ordine in ogni morire che conquista.

Di che cosa ragiono? Più di nulla –
prevedo i temporali, lascio
che l’autunno mi riguardi, resto fuori,
faccio equazioni fino all’alba
tra un’aquila e uno specchio, scommetto
di tramutare un sasso nel sasso di sempre
sotto gli occhi degli altri –
che ogni cosa sia la cosa stessa se la guardo.
Sento che è poco,
voglio che sia meno.
A volte sogno un ago immenso
che cuce inutilmente il cielo.

[inedita - tratta da
LietoColle]


Alcune opere:


Le barricate misteriose - Silvia Bre - Einaudi Marmo - Silvia Bre - Einaudi
Le barricate misteriose - Silvia Bre - Einaudi
Marmo - Silvia Bre - Einaudi


LE POESIE IN VETRINA DELLE SETTIMANE PRECEDENTI

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categoria:poesie in vetrina 2007
sabato, 16 giugno 2007
Fuori posto, di Manuela Perrone, e' la poesia in vetrina della settimana. Di là la peschiera di tufo le vecchie cisterne romane la salita rosa alle case gialle come tuorli. Di qua uno scorrere minimo di dita quasi un arrampicarsi scalzi e nudi alle radici di un olmo cresciute sulla roccia...

LA POESIA IN VETRINA DELLA SETTIMANAFuori posto

Di là la peschiera di tufo
le vecchie cisterne romane
la salita rosa alle case
gialle come tuorli. Di qua
 
uno scorrere minimo di dita
quasi un arrampicarsi scalzi e nudi
alle radici di un olmo cresciute
sulla roccia, un mormorare fragile
 
di pulcini e seta, di fiordalisi e mai:
dal cielo fioccano semi polverosi
e foglie d’acanto. Colonne in cerchio
disegnano l’assenza, il tempo fuso
 
e là si balla intorno al sole
la furia amnesica del chiasso
tra i fiordalisi viola sangue:
il dramma deve continuare.
 
Io vado in mezzo fuori posto
sospesa, storta, tutta da rifare.
La lingua m’abbandona all’alba
quando il sonno s’impicca sul crinale:
 
non riconosco i segni
stravolgo le puntate
mi chiedo dove sbaglio
perché non li capisco
 
e piomba la paura d’esser
puro centro incosciente della sfera
come uno scarto quadratico
medio, un etimo perso dalla storia.

Manuela Perrone


L'AUTRICE

Manuela Perrone
[da viadellebelledonne] - Manuela Perrone vive e lavora di parole. Giornalista professionista, si occupa di sanità e sociale per il Sole-24 Ore. È viceresponsabile della comunicazione della casa editrice “anfibia” Vibrisselibri. Cura la rubrica dei racconti per Gas-O-Line, la fanzine dell’associazione BombaCarta.

Con la sua metà sogna e sproloquia su bloGodot e sulla rivista BombaSicilia in cui si divertono a coltivare angoli di non-inferno. Roma la abita e la consola, la poesia la fa germogliare e germogliare e germogliare.

Altre poesie


Precipitevolissimevolmente

Non c’è niente da scherzare,
la vasca è arrivata integra
un uomo è morto sul selciato
e qui crollano le sagome di latta
 
Sopravvivono memorie fetali
dietro passate di calce, resistono
come i capelli sui cadaveri:
servono mollette blu per inchiodare
 
le stelle, bloccare la rivoluzione.
Che velocità! Che boati! Che leve!
Sparisce subito la macchia di sugo,
la chiazza di ieri, persino un’ora fa
 
quando dicesti “arrivederci”
in pantofole di pezza tra valanghe
di ammonio. Precipitevolissimevolmente
dimentichiamo, sbianchiamo, diradiamo
 
E’ tutto cieco, adesso.
Si può ricominciare.


-----


Un tè surrealista

                        (con Magritte e Dalì)
 
Beviamoci su, beviamo sopra la cenere,
i tranci di miseria, i chicchi di egotismo
sediamo a gambe incrociate
sul ciglio del mondo
tu con la tua pipa che non è una pipa
lui con la sua memoria fusa, addolorata
 
Lanciasti un sasso dietro il mandorlo, agli albori
quando ancora mi chiedevo a che pensasse
la muchacha affacciata alla finestra
con le tende di mare, un piede ballerino
e il cielo di un futuro tremolante
 
Mi razziasti il ventre e la ragione
dentro una stanza soffocata da una mela
con l’occhio sbarrato, il falso specchio
da cui spiamo spicchi sparuti di realtà:
sorseggiamo piano la gemma apicale
 
Quest’infuso ci accomuna e ci sopisce,
tu passami il calice gigante,
solleva la bombetta
tu regalami la tazza sospesa nel deserto,
la rosa che medita fiammante.
Beviamo solitudine, amici
 
rompiamo gli argini bollenti. Era tempo
di uccidere il controllo, liberare la psiche,
scavare i semi per restituire i sogni.
Ma ora? Sono le cinque,
rimetto insieme le foglie
essiccate del reale.
Firmiamo in bianco, beviamoci su.


La nave dei folli

[a Pier e ai dieci folli con l'Oceano dentro]
 
Hai smesso, ti vedo, sei nudo
sulla stessa barca gelata e molle
che alita, spreca, avanza gremita.
Ammiraglio, la meta è un sole guerriero
 
Cola silenzio sull'oceano mentre riponi
il tuo basso. La voce non grida: sussurra
pazzi sogni di normalità. Una donna,
una casa, un lavoro. Gli scarti della gente
 
a terra che brucia di noia. Sapessi i veli
sbucciati, le parèsi di senso, gli inferni
taciuti, il lento repulisti degli idioti:
scorrono fiumi di trofei scornati
 
Non come qui, ché l'acqua dentro scava
più degli abissi fuori e le vocine non lasciano
pace. "Noi non siamo malati di mente",
gridate alle onde che digrignano spuma
 
"Abbiamo una sofferenza nell'anima",
soffiate sull'ancora che gronda ruggine.
Anch'io, vorrei dirti. Anch'io.
Ma poi un terrestre mi scuote la manica
 
e chiede: hai sofferto, tu? Tu, che ne sai?
Le dita vanno a picco tra le piaghe.
Ma io ti ascolto e ti racconto, muta
mentre muti issate le vele. Languida,
 
mentre languidi intonate quel gospel
alla baia di Cumberland. Il sale invade
le narici, l'orizzonte erutta curve di fuoco.
E tu, tu sei Ulisse, condannato al folle volo.


-----


Ballata provenzale (in bozza)

Gracidano i fenicotteri nella Camargue,
rumorosi schizzi rosa tra paludi e stagni.
E io bambina e tu obiettivo come disegni
a carboncino sull’eternità marmorea delle arene
 
Ellittici nelle ellissi, reziari tra i reziari
la mìmesi diventa un obbligo scolpito
sulla pietra: audioguidato il circolo compìto
di tribuna in tribuna, appesa a un pollice
 
la vita. Siamo corpi, ci avvinghiamo, urliamo:
dove sono gli eroi di Nimes? Gli aruspici soffiano
sul sangue, noi beviamo rosè e intanto viaggiano
sensali di futuro tra le anse del Grande Rodano
 
           Al entrade del tens clar,......Eya!
           Pir joie recomençar............Eya!
 
La lingua s’ibrida in un soffio sul paese presepe,
parcheggiamo alla rinfusa scossi dai troppi segni:
semiotica ipnosi davanti al Pont du Gard e ai bagni
del sole nel fiume. L’ultimo giorno di un anno astrale
 
esplode d’artifici, foie gras e pirotecnica neve.
Scriviamo bilanci sui menù, grondiamo promesse
e chissà se reggerò alla meraviglia di queste messe
laiche. Ci salva un trenino buffo improvvisato
 
un portafoglio perso e ritrovato oltreconfine
grazie a una Gloria illuminata e alle sue mani
che guariscono anime dolenti: epifanie inani
come il Trofeo che incanta di Storia il vento.
 
            Al entrade del tens clar,......Eya!
            Pir joie recomençar............Eya!
 
Nella morbidezza delle corride innocue
pulsa l’atlante delle possibilità:
venti miglia, venti miglia ancora
e salutiamo i volgari troubaudors dietro l’aurora.




Sul web:

 bloGODOT  bombaSICILIA
 bloGodot  bombasicilia

LE POESIE IN VETRINA DELLE SETTIMANE PRECEDENTI

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categoria:poesie in vetrina 2007
sabato, 09 giugno 2007
Dell'ermetica vanità, di Marina Minet, e' la poesia in vetrina della settimana. Figliata con l’avvento delle rondini a maggio. Allo strascico di diligenze orfane d’intento lo sguardo la sorprese in bianco svenata di menzogne riflesse allo specchio delle grazie...

LA POESIA IN VETRINA DELLA SETTIMANADell'ermetica vanità

Figliata con l’avvento delle rondini
a maggio.
Allo strascico di diligenze orfane d’intento
lo sguardo la sorprese in bianco
svenata di menzogne
riflesse allo specchio delle grazie.

Giungano gli occhi della massa a darle stampo;
numero di fila al banco dei pegni dell’olimpo
ad aprirle le guance molestate dai digiuni
nel coscienzioso delirio d’aggraziarsi venere.
E non sia più grano la finezza sotto i denti
quando oltrepasserà gli elogi delle norme
ad orientarsi idonea.

Partorita con le arterie trattenute in scarse ipotesi.
Distratta in movenze d’oscillamenti avversi
poi sfacciati;
come i refusi degli ingordi
che nel giunco
assottigliati s’addensano pilastro,
appoggio appariscente alla nausea di ruspe distruttrici
di sì e di come
in tre giorni si rinasce intatti.

Potrebbe ora.
Se di legno s’intagliasse l’immodestia a più razioni.

Basterebbe colloquiarsi l’esistenza
in misura al gusto di nostalgia del seno allontanato.
Ma freddo crollerà l’impegno
che risolverà le spoglie in piedistalli chini.
La vita si farà esigenza;
ramo da proseguire in raccolti senza arature.
E non sarà più tempo di metropolitane
né di polpacci in posa.
- che siano solamente arti
queste disarmonie di ristrettezze
senza costrizioni -

Basterebbe governarsi carni come patrimoni
lusingarle d’insolenza banchettata in finta
per eluderla delusa.
E che non sia
né appaia
visione di lineamenti
usurpati all’estro d’occhi compiaciuti.

Preludi d’interezza da archiviare
Vedranno scarpe smesse.
Il vuoto degli aromi poi l’inghiottirà
e a scippo di logica
in lei
faranno digiuno.
Le orazioni di primo mattino
saranno ravvedimenti da replicare vegeti
nell’astinenza al sé.

Lei
eucaristia cessata
di messe
conquisterà le ceneri
e sarà corpo intatto
da scandire a più stagioni

Marina Minet


L'AUTRICE

Marina MinetTeresa Anna Biccai, conosciuta sul web con lo pseudonimo di Marina Minet, è nata a Sassari. Ha partecipato alla raccolta FiumIdee con il racconto Terre di Mare ed ha contribuito alla realizzazione del romanzo EStemporanea, Edizioni Liberodiscrivere.

Le frontiere dell'anima - Minet Marina - Liberodiscrivere Edizioni- Teresa Anna Biccai è il mio vero nome, mentre in rete scrivo con lo pseudonimo di Marina Minet. Scrivo con passione da sempre, con spontaneità ma anche con creazione paziente, (maniaca nella perfezione d’ogni singolo verso secondo le mie inconsce teorie) non ho ambizioni di sorta, poiché ciò che scrivo non è mai preciso come vorrei. In ogni caso, troverei scialba e monotona una vita senza vanità. Alcune mie liriche sono state pubblicate nelle antologie della casa editrice Il Filo. Un poemetto-racconto, Monologo in augurio di pasto, nella raccolta A-mantidi - vittime (Magnum-Edizioni). -

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Alcune audiopoesie nell'interpretazione di Rita Bonomo, musiche di Elliot GoldenthalMichael Nyman - Franco Battiato. -

Dell'ermetica vanità

Dei volti pari

Penelope per eccesso

Di Padre

Penelope in riverenza oscena

C'era metropoli risalente al water - interpretazione di Marina Minet


Le poesie:


Dei volti pari

Siamo la grazia della pioggia;
contro questo cielo ignaro d’affluenti tributari.
Le siccità causate da incontinenze a termine
che a sgelare gocciolando
hanno concimato, poi lì per lì seccato
digrignando i denti al sole
verso cime ed aquiloni proni ai voli

Vorrei dirti, di mari posti mura e d’alghe maturate calce;
di venti che fuggono spiragli
sbuffati per scomporsi
creando infinità di conche straripanti;
se solo, la rete che hai scagliato
per assediare ciò che nutre l’apparenza
divenisse inchiostro, riuscirei;
o creta, per rifare i lineamenti conversanti al pianto
di un grembo inaridito al seno.
Ne uscirei credente e scettica blasfema
ed ogni fiore sterile rifiorirà cucito
 concimando bulbo, secche d’altri mari.
Se appena potessi disdire
che il vetro dei tagli è cenere rurale
cedendo ai polsi mani in volontà mancante
potremo beare agli screzi,
potremo progredire
gloriando rughe conseguite fino a imputridire.
Nessuna spalla più
volterà cieca senza che io fiera
abbia inalato conti in resa
per divenirmi madre e figlia
e onnipotente sorda a Dio

Frugavamo cieli per scarnire ossa su frammenti;
nubi traversanti per rammentarci d’essere
sante nei rituali per ribrezzi circostanti.
Grani brindanti di raccolti assenti in falciatura.
Perché sono sbiancate le rose?
Dove si è disciolto il carminio che sbugiardava l’ostro
svergognando fuga all’imbrunire;
dove ha covato i petali l’inverno per sgretolarne i bordi
quando ha stabilito ai nomi volti uguali
ferendoci moleste a sazietà soccorse.
Cosa rimane di prati mielati, di pesi alleviati
se il resto inerte nega e scheggia marmi interpellando fossa;
cosa dei palmi intorpiditi
prima d’impastarci scroscio e asfalto
smagliandosi inerenti per ingrassi occasionali.
Giuriamolo così
sparendoci a schifarci
finanche i rovi a rimirarsi patiranno interdizione.
Che invadano oltre le piogge
per pulsare nuovamente sangue a spingerlo pretesto;
che sono ancora là, spandendosi ai coralli
congiunti entrambi destri, senza dita appese
espressi in uno specchio senza croci


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Penelope per eccesso

La delusione delle viole a primavera
S’apprende
Con l’attrito della pioggia sull’asfalto
Riluttante all’infinito scarso in cielo
A farci essenza sola:
Lesione e cura promulgata.

- Muoia l’impossibile -

Tu, che mi sei estinto fango
Quando al