sabato, 31 marzo 2007
LA POESIA IN VETRINA DELLA SETTIMANAForse dovrei restringermi - Stefano Simoncelli

Forse dovrei restringermi
ridurmi con metodici esercizi
di ginnastica e digiuni
in quella cosina
tutta sguardo, zigomi e ossa che eri tu
intrufolandomi in soffitte
bugigattoli, sperduti interno-notte
dove leccarci in pace le ferite.

Ma anche così, corpicino,
anche così, ti chiedo
buttando nella spazzatura
sacchi zeppi delle tue raccolte
di stracci per la polvere e sportine,
anche così, ripeto,
riuscirei a somigliarti
nel dolore che ti smangiava?

[da Giocavo all'ala, Pequod, 2004]

L'AUTORE

Stefano Simoncelli è nato nel 1950 a Cesenatico, dove vive. È stato redattore e ideatore di «Sul Porto», una rivista di letteratura e politica che catturò negli anni Settanta l’attenzione e la collaborazione di poeti come Pasolini, Bertolucci, Caproni, Sereni, Fortini, Raboni e Giudici.

Nel 1981, con la raccolta Via dei Platani (edita da Guanda con la presentazione di Raboni e Fortini) ha vinto il Premio Internazionale Mondello Opera Prima. Nel 1989 è uscito il suo libro Poesie d’avventura nella collana Gli Spilli, diretta da Enzo Siciliano e edita da Gremese. Nel 2004 ha pubblicato con peQuod di Ancona la raccolta Giocavo all’ala (Premio Gozzano). Nel 2006, sempre per l’editrice peQuod, è uscita la raccolta La rissa degli angeli.

Sue poesie sono apparse negli ultimi anni sulla rivista «Nuovi Argomenti».

ALCUNE POESIE

 
Credo di non essere mai stato tanto in ritardo
per questi vicoli abbandonati dalla luna
e forse trasalirai se un colpo di vento
sbucato all'improvviso tra le case
ti arrufferà un attimo i capelli.
Ti volterai credendo sia una
delle mie solite bizzarrie
ma non trovandomi... Ecco,
oggi che compio gli anni
e un altro decennio d'oscurità
e presagi è volato in un lampo
mi aiuta a immaginare (oh, soltanto
per scongiuro, per semplice scaramanzia!)
sarà così quando non sarò più al tuo fianco
ma uno spirito o demone divento per le strade
senza peso e questi battiti accelerati del cuore
mentre dico arrivando: "Perdona il ritardo, andiamo?"
non sapendo dove portarti, come calmare l'affanno.

-----

Scorgendo d‘un tratto i nostri corpi allacciati
ingigantiti dal lume sulla parete di fronte
penso con rimorso ai tuoi anni:
non ho da offrirti che questo amoroso sperpero
di carezze,questi battiti forsennati del cuore
mentre affondo nel tuo mistero di brividi
nel tuo modo spaventato di godere.

[da La rissa degli angeli, peQuod, 2006]

La rissa degli angeli (1986 - 1996) - Stefano Simoncelli - Pequod

 
Certe mattine
che te ne sei andata
brancolo come un'anima in pena
per le camere, il terrazzo, tentando
di capire chi sono e cosa faccio
solo in questa casa. E' mai possibile,
mi domando pieno di te e meraviglia,
che mi scomponga in tante persone
e sia nello stesso tempo
o in tempi diversi
l'amico fraterno, il nemico
soprattutto di me stesso, il tennista
che puoi riconoscere in qualche fotografia,
l'impiegato del campeggio e altro ancora?
Che sia tutto tranne quello che sono?
Quello che ero tra le tue braccia?

-----

Tremo come se un vento
dai Balcani mi percuotesse
lungo un'oscura strettoia
o fossi un vecchio uomo
senza cappotto in mezzo
al suo orto ricoperto di neve.
Ma io non ho seminato niente
e le scorte di gioventù...
Non ho che te, vorrei dirti.

[da Giocavo all'ala, peQuod, 2004]

Giocavo all'ala - Stefano Simoncelli - Pequod


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venerdì, 23 marzo 2007
LA POESIA IN VETRINA DELLA SETTIMANAMaravegiusi ingani - Biagio Marin

Maravegiusi ingani
dei fiuri che no' dura
dei nuòli sensa afani
che navega per l'aria asura.

Me mai ve disdirè
de voltri hè senpre sé,
e co' la mente inferma
piú v'amo de la tera ferma.

Feste dei mili
che l'alto siel 'nbriaga
e púo un'ariosa maga
disperde i petali sutili;

primavera matana
istàe che 'l cuor tu brusi,
sol che tu lusi
nel sangue che bacana:

senpre ve benedisso
co' boca tonda me ve lodo:
in ogni modo,
me vogio el vostro abisso.

Meravigliosi inganni

Meravigliosi inganni
di fiori che non durano
di nuvoli senza affanni
che navigano per l'aria azzurra.

Io mai vi disdirò,
di voi ho sempre sete,
e con la mente ammalata
vi amo più della terraferma.

Feste dei meli
che l'alto cielo ubriaca
e poi un'ariosa maga
disperde i petali sottili;

primavera pazza,
estate che bruci il cuore,
sole che fai luce
nel sangue che baccana:

sempre vi benedico,
a bocca tonda io vi lodo
in ogni modo,
io voglio il vostro abisso.

[da El vento de l'eterno se fa teso, Scheiwiller, 1973]

Biagio Marin

Biagio Marin
[da Wikipedia] - Biagio Marin nacque il 29 giugno del 1891 in una famiglia borghese di origini modeste, nei primi anni di vita rimase orfano di madre e venne allevato dalla nonna paterna. A nove anni iniziò gli studi a Gorizia, dove in seguito frequentò il ginnasio di lingua tedesca, completando gli studi superiori a Pisino d’Istria alle Scuole Reali Superiori.

Nel 1911 si recherà a Firenze, dove avrà modo di frequentare l’ambiente letterario della La Voce la più famosa rivista dell’epoca, che radunava le più diverse forze intellettuali, uniti nella convinzione che la letteratura fosse impegno completo e dovere morale. Molti aderenti a questa rivista saranno poi tra i più accesi interventisti e sovversivi. Oltre a partecipare al dibattito culturale assieme a Umberto Saba e Scipio Slataper, suoi conterranei, avrà modo di ammirare per la prima volta in vita sua i tesori d’arte di Firenze, così diversa da Gorizia, da Trieste e dalle altre città istriane che fino ad allora aveva sempre frequentato.

La pace lontana. Diari 1941-1950 - Marin Biagio - Editrice GorizianaDopo un anno di permanenza, Marin lascerà Firenze per Vienna, dove si iscrisse all’Università alla facoltà di filosofia,in questo periodo Biagio Marin pubblicherà la sua prima raccolta di poesie in dialetto gradese: Fiuri de tapo (1912).Dopo due anni di permanenza nella capitale austriaca, il giovane Marin decise di ritornare a Firenze. Appena arrivato nella città toscana si fidanzerà con Pina Marini, che sposerà l’anno seguente. La prima guerra mondiale lo pone suo malgrado a una scelta di campo come cittadino austriaco ma, a causa delle sue frequentazioni a La Voce lo risolverà arruolandosi volontario nell' esercito italiano, senza quei turbamenti pscologici che molti personaggi, come il giovane deputato trentino Alcide De Gasperi, provarono all’entrata in guerra dell’Italia. Alla fine del conflitto Biagio Marin completerà gli studi di filosofia all’università di Roma, dove si laureò con Giovanni Gentile.

Pan de pura farina. Testo gradese e italiano - Marin Biagio - San Marco dei Giustiniani Editore Dopo la laurea a Gorizia insegnerà filosofia e pedagogia utilizzando un metodo di insegnamento particolare che lo porterà, dopo vari contrasti anche con il clero locale a lasciare la cattedra e, dopo un breve periodo come ispettore scolastico sarà assunto nel 1921 dall'Azienda di soggiorno di Grado nella quale come direttore resterà ben 14 anni, infatti nel1938 lascerà la direzione e deciderà di ritornare all’insegnamento a Trieste. Ma dopo alcuni anni abbandonerà ancora l’insegnamento, questa volta definitivamente, per un posto di bibliotecario alle Assicurazioni Generali, sempre a Trieste. Nel periodo della seconda guerra mondiale stanco depresso, ma mai domo, nonostante la scoperta dell' esistenza della tragica Risiera di San Sabba,la perdita del figlio Falco in combattimento in Slovenia,per il suo innato senso organizzativo lo troviamo in un periodo abbastanza controverso a gestire una difficile situazione per la presenza dei partigiani sloveni, inquadrati nelle armate di Tito, il comitato di liberazione triestino.

Poesie - Marin Biagio - Garzanti Libri Editore
Finita la guerra in una situazione oggettivamente ancora precaria ma abbastanza tranquilla il Marin decide di pubblicare i primi volumi delle sue opere, che finora erano conosciute solo a una ristrettissima cerchia di persone e di raccogliere le sue poesie in un volume intitolato Le litanie de la Madona (1949). Dopo oltre un decennio di silenzio, Biagio Marin pubblicherà nel 1961 il secondo volume delle sue poesie e, con il titolo Solitàe e con il libro di poesie Il non tempo del mare (1964) vincerà il Premio Bagutta nel 1965.

Nel 1970 il poeta deciderà di pubblicare tutte le poesie scritte fino a quel momento in un unico volume, che significativamente per il suo attaccamento sentimentale alla sua terra si intitolerà I canti de l’Isola. Negli anni 70 le pubblicazioni dialettali La vita xe fiama (1972), A sol calao (1974), El critoleo del corpo dedicato a Pasolini (1976), In memoria (1978) lo portano, anche con i contributi di Pasolini, Claudio Magris e Carlo Bo e una raccolta di versi in italiano dal titolo di Acquamarina fuori da una dimensione regionale e lo fanno entrare in una posizione di primo piano nella poesia nazionale.

Nel 1978 dopo che l'anno prima c'era stato il suicidio del suo amato nipote Guido, morirà anche la moglie Pia Marin, la dolorosa perdita dei suoi cari e il decadimento fisico iniziarono a pesare sul poeta, che diventerà nel giro di pochi anni sordo e semicieco, ma aprirono nuove prospettive forse più cupe rispetto alla poetica precedente, come si può notare nelle sue ultime tre raccolte di poesie Nel silenzio più teso (1980), Poesie (1981), La vose de la sera (1985) e, dopo aver vissuto una vita ricca di avventure e di esperienze profonde nella sua Isola di Grado muore nel1985.


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sabato, 17 marzo 2007
LA POESIA IN VETRINA DELLA SETTIMANA da "La rosa" - Franco Scataglini

                    (vv. 383-414)

Oh el tempo! . . . Tuto el tempo
brama de fasse attempo.
Fluisce senza acolta.
Non posa. Non se volta.
Implacabile passa.
D'insustanziale massa
invisibile fluto,
fuge ed invola tuto.

Punto de tempo a punto
non sta: l'altro è sogiunto.
Se domandi a un sapiente
l'hic et nunc presente
del tempo cosa sia,
el nunc s'è fatto scia.
El tempo non s'arresta:
score come acqua presta
che tuta in giù s'addocia
e non ne artorna gocia.

El ferro, cosa dura,
al tempo va in rasura.
Niente al tempo resiste:
invero, niente esiste.
Quel che acrebe e nutrì,
se consumò, marcì.
Attempò nostro padre,
re e regine legiadre
e papi e imperatori:
tuti, al tempo, aleatori.

Indove andò belleza?
La vidi a la caveza
del tempo per le strade
finché la trasse l'Ade.

[da La rosa, 1192 - Einaudi]

Franco Scataglini

L'AUTORE


Franco Scataglini[da www.scataglini.it] - Franco Scataglini nasce ad Ancona il 25 luglio 1930 nel quartiere di Valle Miano. Di origini proletarie, dopo l'avviamento professionale e un biennio di scuole industriali, esercita vari mestieri fino a un impiego nell'amministrazione delle Poste da cui si pensionerà nel 1976.

Dopo la guerra ed un avventuroso sfollamento a Chiaravalle, trova per caso in una biblioteca circolante gli Ossi di seppia di Montale: è per lui la rivelazione della poesia che si lega a una precoce militanza politica (prima nel Partito Repubblicano poi nelle file della sinistra): nel novembre del `51 va in Unione Sovietica con una delegazione di giovani intellettuali fra cui Italo Calvino) ma la delusione è cocente e lo porta per qualche tempo ad avvicinarsi ai democratici cristiani dei "comitati civici".

Il sito ufficiale di Franco Scataglini Coltiva clandestinamente la sua vocazione poetica che, dopo l'uscita di una plaquette postermetica (Echi, S.E.V.A., 1950) per circa un ventennio è fatta di studi clandestini e prove rifiutate: alla lettura dei contemporanei più amati (Saba, Noventa, Penna, Pasolini) lega gli autori del medioevo romanzo, forti di un idioma che recupera la vitalità della pronuncia originaria (e ne sarà testimonianza l'edizione di Olimpo da Sassoferrato, Madrigali e altre poesie d'amore, L'Astrogallo, 1974).

Alla meditazione sui poeti affianca la riflessione sui filosofi dell'esistenza (specie Simone Weil e Adorno) e sulle pagine teoriche di Paul Klee, che tra l'altro costituisce un riferimento importante, con i bizantini, per una attività pittorica gemella, quanto a scelte linguistiche e stilistiche della parola scritta.
Grazie all'incoraggiamento del critico ed editore anconetano Carlo Antognini, pubblica all'inizio degli anni settanta le due prime raccolte organiche: E per un frutto piace tutto un orto (L'Astrogallo 1973) e So' rimaso la spina (ivi 1977).

La rosa, 1992 - Franco Scataglini - Einaudi A cavallo del decennio accadono eventi decisivi per la sua parabola di uomo e di poeta: l'incontro con Rosellina Massi, la sua futura moglie, che canterà come musa esclusiva; la pratica psicoanalitica, dal 1977 al 1983, presso la sezione della Scuola "Maya Liebl"; l'approfondimento delle tematiche legate all'esserci spazio temporale, prima sul periodico "Marche Oggi" poi nel settimanale radiofonico "Residenza" (da lui diretto, redatto insieme con F. Scarabicchi, G. D'Elia e M. Raffaeli) a cura della Rai delle Marche.

Di lì a poco esce la raccolta che sancisce la sua piena maturità d'autore Carta laniena (Residenza, 1982) e che gli vale il "Premio Carducci" nonché il riconoscimento di critici e recensori (Franco Loi, Antonio Porta, Pier Vincenzo Mengaldo) e l'accesso a numerose riviste (da "Linea d'ombra" a "Diverse lingue" a "Poesia"); la sua produzione nel frattempo viene inclusa nelle antologie che testimoniano di un rinnovato interesse per la letteratura di matrice idiomatica: Le parole di legno (a cura di M. Chiesa e G. Tesio, Mondadori, 1984) e Poeti dialettali del Novecento (a cura di F. Brevini, Einaudi, 1987).

Poesia - Febbraio 1989
La successiva silloge Rimario agontano (1968-1986) (Scheiwiller, 1986) ne riassume l'intero percorso aggiungendovi una sezione inedita, Laudario, dedicata ai temi della caducità e della umana finitezza. Nello stesso periodo prende a lavorare a La Rosa (Einaudi, 1992) il poema che, simulando una versione del classico medievale, riattraversa l'epica del negativo e culmina nell'imago dell'amata quale simbolo e sinonimo della poesia. La pubblicazione del poema segna il definitivo riconoscimento da parte di critica e pubblico: nel luglio del `93 il poeta ne esegue una riduzione col gruppo musicale degli Ogam (Polverigi, Festival Internazionale "InTeatro", a cura della T.E.E., Teatro Stabile delle Marche); nel maggio `94 tiene la sua ultima e memorabile lettura, "Poesia per una vita", nell'aula magna dell'Università di Ancona affollata di giovanissimi.

Dopo la pubblicazione di uno dei suoi poemetti più intensi e complessi, La tortora quinaria ("Lengua", n. 13, 1993) lavora a El Sol, il poema che restituisce il suo percorso in filigrana autobiografica: ultimato nel luglio `94 verrà edito da Mondadori nel marzo del `95; gliene ha dato motivo e incoraggiamento una lunga conversazione registrata nei mesi precedenti dal regista Stefano Meldolesi, in seguito sintetizzata nel video Esplumeor (il compositore Ennio Morricone gli dedica intanto due monodie, tuttora inedite, per chitarra e voce recitante, l'una relativa a Passeggero, in Laudario, e l'altra alla prima sezione del poema appena concluso).

Franco Scataglini muore improvvisamente la notte del 28 agosto 1994 nella sua casa di Numana. A Numana riposa nel piccolo cimitero in vista del mare.

Mezo ai colli avallato
altro mio logo quello
suburbano, lasciato
pel Sol: era el macello,

la ferrovia, le canne,
le mura papaline
del forte, le capanne
de foie, el vechio cine

rionale de la chiesa,
la casa, la stanzetta,
Elvio acanto, la resa
al sonno, ’nt’una stretta

dolorosa ogni volta,
come se fosse el mòre,
l’imagine sconvolta
de la madre, el cruore

de la sua boca morsa,
le sue quieti malfide,
l’ostinata mia corsa,
el fuge el piange el ride.

[da El Sol, Mondadori, 1995]


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sabato, 10 marzo 2007
LA POESIA IN VETRINA DELLA SETTIMANAAutocondanna - Bartolo Cattafi

Non fummo né abili né attenti,
non vedemmo le cose, c'era buio.

Comparve un esile barbaglio,
era il filo di fiamma d'una torcia
o d'altro dramma che riguarda l'uomo.

Le cose cominciavano a chiarirsi.

Chiedemmo arnesi d'emergenza,
sedia, benda, un gruppo di fucili
repentini.

Alle spalle, che importa, ciò che conta
è la porta d'uscita per salvare
l'unica cosa amata, a lungo amata,
trafugandola al mondo, alla chiarezza.

Bartolo Cattafi

L'AUTORE

Bartolo Cattafi
[da La StampaWeb - Rubrica Poesia a cura di Maurizio Cucchi] - Bartolo Cattafi, nato a Barcellona Pozzo di Gotto (Messina) nel 1922 e morto a Milano nel 1929, esordisce nel 1951 con la plaquette Nel centro della mano, seguito da Partenza da Greenwich (’55) e dal primo volume riassuntivo, Le mosche del meriggio

Dopo i primissimi passi ancora legati all’esperienza ermetica, la sua poesia si sviluppa in parte legandosi alla concretezza e alla poetica in re della cosiddetta “Linea Lombarda”, dalla quale peraltro si discosta per una fortissima propensione alla costruzione del testo per vive sequenze di immagini, o, come scrive Stefano Giovanardi, per la mediazione “dell’investimento simbolico che il soggetto compie nella sua percezione del reale”.

Cattafi è poeta di grande estro naturale, che nel corso del tempo, per citare questa volta un poeta e critico come Giovanni Raboni, che si è sempre occupato attivamente della sua opera, curandone le maggiori scelte antologiche, ha compiuto un passaggio “non brusco, ma netto, da una prevalente figuratività a una prevalente figuralità, da un registro sostanzialmente descrittivo e narrativo a un registro sostanzialmente astratto-speculativo”.

Ma in Cattafi anche lo spostamento dell’asse verso un movimento saggistico e astratto della sua poesia avviene sempre nella irrinunciabile presenza determinante delle immagini, fino a momenti di vivace spinta visionaria.

Dopo le raccolte già citate, Cattafi pubblica nel ’64 uno dei suoi libri maggiori, L’osso l’anima, in cui tensione analogica e aperture colloquiali vengono a mescolarsi in impasti di netta originalità.

(1958).
Poesie 1943-1979 - Bartolo Cattafi - Mondadori Negli anni di piena affermazione della neoavanguardia (come avviene del resto anche per il suo coetaneo e affine Luciano Erba) Cattafi tace, non pubblica e neppure scrive per un periodo di otto anni, fino al rientro, avvenuto nel ’72 con L’aria secca del fuoco. È un tempo di produzione quasi fluviale.

Il poeta siciliano scrive moltissimo, e scegliendo all’interno di un materiale amplissimo, pubblica altri tre libri: La discesa al trono, Marzo e le sue idi e L’allodola ottobrina (rispettivamente del ’75, ’77 e ’79).

Aggredito dalla malattia, introduce in quest’ultimo libro (che verrà seguito dal postumo Chiromanzia d’inverno nell’83) toni sempre più cupi e una circolante ed emozionante prefigurazione della morte, che lo coglierà a soli cinquantasette anni.


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sabato, 03 marzo 2007
LA POESIA IN VETRINA DELLA SETTIMANAda Il buio e lo splendore - Margherita Guidacci

Io nulla scrivo sulle foglie. Vi leggo
quel che le foglie recano già scritto
in sé, nelle intricate nervature
simili a vene sul dorso della mano
o linee incise nel palmo. Il sguardo,
che segue il biforcarsi di vie segrete,
coglie ad incroci turgidi di linfa
i nodi del significato. Così
si fa più chiaro il messaggio.


Ma quella che tu chiedi, e che tu chiami
la mia risposta. E' la vita che parla
in ogni cosa viva, mentre passa
verso la morte. Vi pongo di mio
soltanto un giusto angolo di sguardo.
E il calmo gesto con cui, dopo averle
lungamente scrutate, affido al vento
queste mie foglie, e il vento se le porta,
esso solo compiendo
per un diritto immemorabile
il sussurrante vaticinio.

[da "Il buio e lo splendore" - Garzanti, 1989]

Margherita Guidacci

- L'AUTRICE -

Margherita Guidacci [da italiadonna.it] - Margherita Guidacci, nacque a Firenze, figlia unica di genitori toscani, perse giovanissima la sua famiglia, a causa di una malattia. La sua infanzia estremamente solitaria, influenzò fortemente il suo carattere, incline all'introspezione e alla creatività. Margherita passò molte estati in una piccola cittadina, nella regione del Mugello, i cui ricordi di passeggiate tra le amate colline ed i paesaggi toscani, furono un'infinita fonte di ispirazione nella sua poesia.

Accompagnata nelle sue escursioni, dal cugino Nicola Lisi, noto per il suo stile limpido, fu intensamente influenzata, da quest'ultimo, nella sua poetica, che ella definì "come un canto di uccelli". Contrariamente alla voga del periodo, che vedeva l'affermarsi dell'ermetismo di Ungaretti, la Guidacci rimase sempre originale nei suoi scritti.

Dopo aver frequentato il liceo Classico Michelangelo, a Firenze, si iscrisse all'Università di Firenze, dove si laureò in Letteratura Italiana, con una tesi proprio su Ungaretti, le opere del quale comparò alle sue, sottolineando le differenze stilistiche.

Si specializzò, quindi, in Letteratura Inglese ed Americana, e tradusse le opere di John Donne e le poesie di Emily Dickinson. Nel 1945, iniziò ad insegnare Letteratura Inglese ed Americana nei licei pubblici, per poi passare all'Università di Macerata ed, in fine, all'Università Maria Assunta in Vaticano.

Visse per il resto dei suoi giorni a Roma, dove si spense nel giugno del 1992.
 
Le poesie - Margherita Guidacci - Ed. Le LettereALCUNE OPERE

Poesia:
La sabbia e l’angelo, Firenze, 1946
Morte del ricco, ivi, 1955
Giorno dei Santi, Milano, 1957
Paglia e polvere, Padova, 1961
Un cammino incerto, Luxembourg, 1970
Neurosuite, Venezia, 1970
Terra senza orologi, Milano, 1973
Taccuino slavo, Vicenza, 1976
Il vuoto e le forme, Padova, 1977
L’altare di Isenheim, Milano, 1980
Brevi e lunghe, Roma, 1980
L’orologio di Bologna, Firenze, 1981
Inno alla gioia, ivi, 1983
La via Crucis dell’umanità, ivi, 1984
Poesie per poeti, Milano, 1987
Una breve misura, Chieti, 1988

Il buio e lo splendore - Margherita Guidacci - Garzanti
Il buio e lo splendore, 1989

Saggi:
Studi su Eliot, Milano, 1975
Studi su poeti e narratori americani, ivi, 1978


da "La sabbia e l'angelo, 1946]

I

Non occorrevano i templi in rovina sul limitare di deserti,
Con le colonne mozze e le gradinate che in nessun luogo conducono;
Né i relitti insabbiati, le ossa biancheggianti lungo il mare;
E nemmeno la violenza del fuoco contro i nostri campi e le case.
Bastava che l'ombra sorgesse all'angolo più quieto della stanza
O vegliasse dietro la nostra porta socchiusa-
La fine pioggia ai vetri, un pezzo di latta che gemesse nel vento:
Noi sapevamo già di appartenere alla morte.

II

Se vuoi lasciare la tua impronta, o uomo, scalfisci piuttosto la sabbia,
Perché la più alta torre diverrà sabbia alla fine.
Scrivi il tuo nome sul lido deserto,
e prega il mare che presto lo copra di lamento:
Perché tu stesso sei sabbia, sei la morte che dopo te rimane.

III

Ogni volta che dicemmo addio;
Ogni volta che verso la fanciullezza ci volgemmo, alle nostre spalle caduta
(Tremando l'anima al suo lungo lamento);
Ogni volta che dall'amato ci staccammo nel freddo chiarore dell'alba;
Ogni volta che vedemmo sui morti occhi l'enigma richiudersi;
O anche quando semplicemente ascoltavamo il vento nelle strade deserte,
E guardavamo l'autunno trascorrere sulla collina,
Stava l'Angelo al nostro fianco e ci consumava.

IV

Ora il nostro amore si spanderà nella vigna e nel grano,
Il nostro veleno nei cactus e negli spini crudeli.
Si curveranno i vivi alle sorgenti, diranno:
"Chi spinse verso di noi l'acqua da occulte vene del mondo?"
E molto prima che il freddo li colga e la notte sul loro cuore s'adagi,
Anche in un meriggio d'api e di succhi ardenti,
Conosceranno l'angoscia, perché potenti noi siamo e vicini,
E non vi è fuga dal cerchio in cui già li stringiamo
Con ogni stelo da noi sorto e ogni frutto
Che colmo e grave alla nostra terra s'inchina.

V

Margherita GuidacciFurono ultime a staccarsi le voci. Non le voci tremende
Della guerra e degli uragani,
E nemmeno voci umane ed amate,
Ma mormorii d'erbe e d'acque, risa di vento, frusciare
Di fronde tra cui scoiattoli invisibili giocavano,
Ronzio felice d'insetti attraverso molte estati
Fino a quell'insetto che più insistente ronzava
Nella stanza dove noi non volevamo morire.
E tutto si confuse in una nota, in un fermo
E sommesso tumulto, come quello del sangue
Quando era vivo il nostro sangue. Ma sapevamo ormai
Che a tutto ciò era impossibile rispondere.
E quando l'Angelo ci chiese. "Volete ancora ricordare?"
Noi stessi l 'implorammo: "Lascia che venga il silenzio!"

VI

Non il ramo spezzato, non l'erba scomposta lungo il sentiero
Ci dicevano il suo passaggio, m il tocco di solitudine
Che ogni cosa in sé custodiva ed a noi rendeva, liberando
Dopo il messaggio consueto l'altra, l'ignota parola.
Come trasalivamo ascoltandola, come s'orientava sicuro
Il nostro cuore sull'invisibile traccia!
Così noi sempre ti seguimmo, Dominatore ed Amato,
Né ci sorprende la bianca luce in cui svelato al nostro fianco cammini
(Ora che l'ombra carnale è tramontata sul meridiano della morte)
Perché da lungo tempo te solo conoscevamo, a te solo
Obbedivamo, tua destinata preda,
Trascinando sulle vie della terra la tua celeste catena straniera.



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