sabato, 29 ottobre 2005

NONNA LUCIA

Rammenta la dolcezza
il pianto silenzioso.
Passano le sue ferite
nelle nuove carni.
Spargeva petali di sorriso
nel prato della giovinezza.
Sospirava per stelle cadenti
stesa sui fienili destate
e cantava antiche ninne nanne
ai doni del suo grembo.

Nella stagione ingiallita
sotto i porticati deserti
echi di affetti lontani…
giochi mai dimenticati
monachine nel suo sguardo.

Il pensiero rubato
trascinato su interminabili rotaie
nelle fitte nebbie mai conosciute
ree della sua solitudine.

E nel lungo inverno
accarezzava scialli di memorie
su rami martoriati
che il perdono non placa.

Si è addormentata esausta
inseguendo le voci perdute
che trasportano nel lungo sonno.

Giuliana Franco

 

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sabato, 22 ottobre 2005

Mamma

Quanno la notte scenne, ner mio letto,
prima d'abbandonamme ar cheto incanto,
mamma te penzo e ner penzatte un pianto
esce salenno dar profonno petto.

E m'aricordo che tutte le sere
venivi accanto ar letto e piano piano,
giungevi con amore le mie mano
e assieme a me dicevi le preghiere

Come 'na vorta, o ma', sempre t'aspetto
inzino a che m'addormo e a l'orizzonte
sogno che torni che me baci in fronte.
preghi co' me e m'arimbocchi er letto.

                                   Pasquino da Todi

 

 

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sabato, 15 ottobre 2005

Piazza Lodetti


T'ho amata.
Non sapendo d'amarti.
Enfasi a parte,
lascia lo gridi al mondo.
Che faccia un girotondo. Cadendo
quasi m'arrendo nel celeste dell'aria.

Piazza Lodetti. Un olmo ed io.
                   E Dio? Dorme beato.
Non sente il belato sconnesso
d'un povero fesso, vuoto d'incanto.
Colmo di rimpianto. Vinto. Redento
Piazza Lodetti. Un olmo. Di sera.

                               Una panchina.

 

 

 

       Lorenzo Tabone

 

 

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sabato, 08 ottobre 2005

Se(s)santa-sei

M'allungai sulla poltrona
pensando che non potevo sfuggire la realtà
più di quanto i miei piedi non riuscissero a soffiarmi il naso.
 
Si era levato un po' di vento, guardavo il budino di more,
lui allungò il braccio e mi raccolse a sé.
 
Contai i bottoni della sua camicia, erano sette ossa
che premevano il mio seno ciclopico, pensai ai porci
con la coda biforcuta, chiusi gli occhi in avaria di mare.
 
Il lunedì cambiavo sempre le lenzuola,
spolveravo la biblioteca, pensando di farlo divertire
attaccandomi al trapezio con una gamba sola.
 
Poi squillò il telefono: era mia madre morta
nel sessantadue. Oggi, adesso, si, adesso
ti aspetto alla fermata del se(s)santa-sei.
 
Donatella Maino    

 

    Donatella Maino

 

 

 

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sabato, 01 ottobre 2005

Il giardino delle torture

Sono stata al parco.
Era notte.
Buio. Cielo nero a sovrastarmi.
Incerto presagio di fine.
Io e l'oscurità.
Mi sono inginocchiata ai piedi dell'acqua sporca che scorreva.
Ho rivisto il mio volto.
Nel silenzio ho urlato.
Ho urlato.
Urlato.
Fino a non avere più voce.
Non ero sola.
Eppure mi sentivo come abbandonata.
La solita sensazione di dispersione.
Totale dispersione ad impadronirsi di me.
Sarei voluta correre via. Scappare via.
Veloce. Sempre più veloce.
Per tornare nel giardino.
Il giardino delle torture che è la mia testa.
Lì avrei indossato la maschera di ferro.
Per proteggermi.
Come aiuto contro i feroci morsi che avrebbero fatto carne viva del mio volto.
Per rimanere integra.
Almeno nei miei più atroci incubi.

     

       Angela Buccella

 

 

 

 

 

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